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Siria - attacco - diritto
April 15, 2018 - New York, New York, United States - Hundreds took to the streets as antiwar and social justice groups organized a demonstration on April 15, 2018 in New York City, with a rally at Herald Square and march to Trump Tower as part of national regional spring actions throughout the country against the US bombing of Syria and opposing endless U.S. wars. (Credit Image: © Erik Mcgregor/Pacific Press via ZUMA Wire)

Ci sono volte che essere amici significa dirsi chiaramente in disaccordo su una decisione, specie se sbagliata politicamente, irrilevante militarmente e senza fondamento nel diritto internazionale. E ci sono volte che uno non ha il coraggio di farlo e asseconda l’amico che sbaglia, magari gli va dietro per propri calcoli altrettanto sbagliati; o si trincera in distinguo di comodo per non essere coinvolto, senza però irritare il partner.

E’ esattamente quello che è successo tra gli Stati Uniti e gli alleati europei con l’attacco alla Siria Atto II: dopo la gragnola di missili del 7 aprile 2017, quella del 13 aprile 2018, entrambe le volte dopo un attacco chimico in aree ribelli al presidente Bashar al-Assad, sulle cui circostanze i dati sono confusi, ma gli indizi probanti.

Il primo bombardamento con missili fu deciso e attuato dal presidente Usa Donald Trump da solo e di sorpresa. Il secondo è stato oggetto di maggiore preparazione – 72 ore, dall’annuncio dell’intenzione – e ha visto il coinvolgimento diretto di Gran Bretagna e Francia, mentre Nato e Ue e i Paesi membri delle due organizzazioni hanno o avallato o giustificato gli attacchi. Le due azioni hanno in comune alcuni elementi: sono marginali sul piano militare – la seconda ancor più della prima -; inutili, se non dannose, sul piano politico – l’ultima non avvicina la pace e anzi favorisce ora sul terreno i lealisti e i loro alleati russi e iraniani -; illegittime, sul piano del diritto internazionale.

Premesso a chiare lettere che “l’uso di armi di distruzione di massae quindi di armi chimiche, ndr – è un crimine internazionale”, la cui repressione andrebbe affidata alla Corte penale internazionale, il che non è possibile nel caso siriano, il professor Natalino Ronzitti, fra i massimi specialisti italiani di diritto internazionale, scrive su AffarInternazionali.it: “Non c’è un diritto d’intervento umanitario esercitato dagli Stati, singolarmente o collettivamente presi, senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”, che nella circostanza non s’è pronunciato. “E’ vero – aggiunge Ronzitti – che una parte della comunità internazionale si è dichiarata a favore. Ma è altrettanto vero che una parte più numerosa è contraria. Quanto affermato vale anche in caso di ricorso a “missili umanitari”, che non comportano la dislocazione di truppe in territorio altrui, usati solo per impedire che uno Stato faccia di nuovo ricorso ad armi di distruzione di massa”.

Questo non significa che la comunità internazionale sia ‘disarmata’: “Il ricorso alle armi chimiche costituisce una violazione nei confronti di tutti i membri della comunità internazionale. Essi hanno il diritto di reagire singolarmente e collettivamente con misure non implicanti l’uso della forza contro lo Stato responsabile e i suoi sostenitori. L’impiego di misure restrittive (sanzioni) è l’esempio più pertinente”. … di qui in avanti il servizio prosegue con estratti di articoli già pubblicati …

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+