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Siria - attacco -

Missione compiuta” twitta al suo risveglio il presidente Trump. Gran parte degli oltre 100 missili lanciati nell’ attacco da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna contro tre siti chimici del regime siriano sono andati a bersaglio – ma “un numero considerevole” sarebbe stato “intercettato e abbattuto” dalla contraerea di Damasco, secondo fonti russe: mancano dati certi -; tutti gli aerei impegnati sono tornati alle loro basi e, soprattutto, l’operazione può ritenersi conclusa. Con un bilancio di perdite umane anormalmente leggero: alcuni militari e alcuni civili feriti, dicono fonti siriane: di che fare dubitare che i siti fossero operativi – ma anche qui mancano dati certi -.

“Missione compiuta”: ci vuole un bel coraggio perché un presidente americano usi quelle parole, che stavano scritte su uno striscione appeso sulla portaerei Abraham Lincoln, dove, il 1° maggio 2003, il presidente Bush jr accolse i primi reduci dall’invasione dell’Iraq e dal rovesciamento del regime di Saddam Hussein. Quindici anni dopo, quella “missione” non è ancora “compiuta”: anzi, la guerra al sedicente Stato islamico, l’Isis, ne è l’ennesima sanguinosa propaggine.

In che cosa, poi, la “missione” della scorsa notte sia stata “compiuta” non è chiaro: l’azione voleva ‘punire’ il presidente Bashar al-Assad per avere usato, il 7 aprile, a Duma, gas letali contro ribelli e civili; ma non mirava a un cambiamento di regime a Damasco. Ha inciso sulle capacità chimiche del regime e lo ha dissuaso da ulteriori attacchi? Lo vedremo. Ha rimesso in moto la ricerca d’una soluzione politica, con il coinvolgimento di americani ed europei? Lo vedremo, ma non c’è motivo di crederlo.

Significativa, in proposito, la delusione di alcune delle maggiori milizie ribelli siriane anti-Assad: citato dalla Bbc, un portavoce di Jaish al-Islam, fazione islamico-radicale, ma sostenuta dagli Usa, parla di “attacco insignificante”. Damasco tende a sminuire i risultati dell’operazione: se i raid sono finiti qui, dicono le fonti del regime, i danni sono limitati; e al-Assad si mostra mentre va al lavoro come in un giorno qualsiasi.

Annunciato da Trump, sempre con un tweet, mercoledì scorso, l’ attacco è stato preceduto (e subito seguito) da riunioni senza frutto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e preparato da contatti militari fra russi e americani che hanno evitato incidenti diretti: la contraerea russa non ha sparato un colpo e nessun obiettivo russo in territorio siriano è stato preso di mira, al di là delle versioni discordanti tra Washington e gli alleati se il Cremlino fosse stato o meno informato.

L’ attacco con i missili è stato ordinato dal presidente Trump a una settimana dall’ attacco con i gas a Duma, la cui dinamica non è stata ancora chiarita con certezza, in coordinamento con la May e Macron. Trump ha parlato alla nazione in diretta tv, insistendo sull’esigenza di agire contro i crimini e la barbarie del regime di al-Assad, “un mostro” che massacra il proprio popolo (ma che resterà al suo posto). La May ha detto che non ci può essere “impunità”. Macron ha spiegato che “la linea rossa fissata dalla Francia nel maggio 2017 è stata oltrepassata”.

I primi missili Tomahawk sono partiti mentre Trump stava ancora parlando, poco dopo le 21.00, ora di Washington, le tre del mattino in Italia. L’intera operazione è durata poco più di un’ora: sono stati colpiti tre obiettivi legati alla produzione e/o alla stoccaggio di armi chimiche, un centro di ricerca a Damasco, un sito a ovest di Homs e un posto di comando lì vicino. I missili Usa sono stati lanciati da aerei e unità navali. In azione anche fregate e caccia francesi e britannici – quattro Tornado -.

Mosca condanna l’azione, che – dice – “non resterà senza conseguenze”: i ribelli anti-regime possono aspettarsi ritorsioni. Russia chiede una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu: una recita a soggetto finita con un nulla di fatto. La Nato, l’Ue, molti Stati parlano d’azione “legittima” e “proporzionata”; per Putin, l’ attacco è “un atto di aggressione”, in violazione del diritto internazionale. Teheran fa sapere che “gli Stati Uniti e i loro alleati saranno responsabili delle conseguenze regionali che seguiranno all’azione”; la guida suprema Khamenei definisce Trump, la May, Macron “criminali”. Al-Assad afferma che missili e raid accresceranno la volontà di “distruggere il terrorismo in ogni angolo della Siria”.

Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, invita alla “moderazione e alla responsabilità”. E la Cina, “fermamente contraria all’uso della forza nelle relazioni internazionali”, è in sintonia: vuole risolvere le questioni col dialogo e sollecita “un’indagine imparziale” sull’ attacco chimico a Duma.

Messo fuori gioco l’Isis, che sta magari cercano di ricostituirsi in Iraq, dove ha le sue radici, in Siria è venuto meno il minimo comune denominatore che teneva insieme gli attori, il “nemico comune”. Da tempo, ancora da prima che Trump divenisse presidente, l’America (e i suoi alleati) si chiedono che cosa stiano a fare in Siria, una volta ‘fatto fuori’ l’Isis, visto che la matassa l’hanno ormai lasciata nelle mani di Putin, Rohani ed Erdogan.

Trump, per una volta, pareva avere azzeccato la risposta giusta: “Non ci stiamo a fare nulla e, quindi, veniamo via”, portiamo a casa i ragazzi, aveva detto a inizio aprile. Poi, l’attacco di Duma gli ha fatto cambiare idea: qualche missile può valere qualche punto di popolarità, a Washington, ma anche – meno – a Londra e a Parigi.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+