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Usa-dazi-Cina
Oct. 12, 2014 - Beijing, CHINA - Chinese soldiers perform honor guard duties during a welcoming ceremony for U.S. President Barack Obama at the Great Hall of the People in Beijing on November 12, 2014. President Obama is in China's capital to attend the APEC Leaders' Meeting and to discuss economic, security and human rights issues. (Credit Image: © Stephen Shaver/ZUMA Wire)

Ma quante guerre vuole combattere, e tutte insieme, Donald Trump: il presidente campione del neo-isolazionismo e dell’arroccamento dell’America a difesa dei propri interessi dietro i propri confini apre conflitti delle spie con la Russia e dei dazi con la Cina e torna a battere il pugno sul tavolo in Siria. Su ogni fronte, nemici diversi, quasi fossero anelli della catena ‘molti nemici molto onore’: non a caso, due esponenti di primo piano delle Amministrazioni Clinton, l’ex segretario di Stato Madeleine Albright e l’ex segretario al Tesoro Larry Summers, denunciano indipendentemente, ma all’unisono, le tendenze “mussoliniane” del magnate presidente, “il leader più antidemocratico nella storia americana”.

E’ il momento che un sacco di nodi vengono al pettine di Trump, tutti in una volta, sul Russiagate, ma anche sulla scappatella di oltre dieci anni or sono con la pornodiva Stormy Daniels. Invece d’accucciarsi mogio in un angolo, con la coda fra le gambe, il presidente fa il gradasso sulla Siria, dove, scrive il New York Times, è sul punto di “dare in escandescenze”, dopo avere dato sfogo, nelle ultime due settimane, alla ‘guerra dei dazi’ con la Cina e alla ‘guerra delle spie’ con la Russia.

Per seguire da vicino la crisi in Siria, e pure gli sviluppi del Russiagate, Trump annulla in extremis un viaggio in America Latina e il suo esordio a un Vertice delle Americhe: non un grande sacrificio, perché lui, di andarci, non aveva nessuna voglia.

L’escalation dei dazi con la Cina, un cattivo affare reciproco
Dopo avere colpito con dazi l’export della Cina verso gli Usa d’acciaio e alluminio – 25 e 10% rispettivamente -, il presidente Trump valuta se colpire con extra-dazi ulteriori esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti per cento miliardi di dollari l’anno, innescando – scrive il New York Times – un’escalation “in una disputa commerciale potenzialmente devastante” per entrambe le parti. E che rischia di danneggiare anche gli altri protagonisti dell’economia mondiale, se ad esempio l’impatto sulle borse fosse catastrofico – finora, non lo è stato -.

La guerra dei dazi tra le due maggiori economie mondiali è come una disputa amorosa: tutti i colpi sono consentiti, anche quelli bassi. Ed è come una guerra delle spie: vale la regola della reciprocità, quell che tu colpisci a me, io colpisco a te, occhio per occhio e dente per dente. Gli esperti pensano che, a gioco lungo, Pechino avrà meno spazio di manovra di Washington, essendo la gamma dell’import cinese dagli Stati Uniti relativamente limitata. In tal caso, però, potrebbe essere peggio: Xi Jinping potrebbe prendere provvedimenti “non convenzionali” – la Cina detiene una grossa fetta del debito Usa.

Per il momento, Trump alterna dichiarazioni aggressive sul fronte commerciale a segnali distensivi, riconoscendo, ad esempio, il ruolo della Cina nello stemperamento della crisi nord-coreana: Xi ha ricevuto a Pechino il dittatore di Pyongyang Kim Jong-Un, battendo sul tempo il sud-coreano Moon – il Vertice fra le due Coree è previsto il 27 aprile – e lo stesso Trump – il Vertice con Kim è stato deciso, ma non è stato ancora fissato -.

Un atteggiamento non inconsueto, per il magnate presidente: un colpo al cerchio e uno alla botte. Nello stesso giorno e nello stesso contesto, Trump dice: “Gli Stati Uniti non sono in attivo negli scambi con la Cina da 40 anni: abbiamo un deficit commerciale di 500 miliardi di dollari e non possiamo continuare a perdere soldi; Pechino deve mettere fine al commercio iniquo, togliere le barriere e imporre solo dazi reciproci”; e poi twitta: “Io e il presidente Xi saremo sempre amici, indipendentemente dalla nostra disputa commerciale. La Cina abbatterà le barriere commerciali perché è giusto farlo , i dazi saranno reciproci e faremo un accordo sulla proprietà intellettuale. C’è un grande futuro per entrambi i Paesi!”.

Chi getta acqua sul fuoco e chi olio
Alla Casa Bianca e nell’Amministrazione statunitense, c’è chi cerca di calmare le acque: i dazi sull’export cinese per cento miliardi di dollari l’anno potrebbero non entrare mai in vigore. C’è l’ipotesi che il governo cinese agisca come gli Usa auspicano; e c’è la preoccupazione che, come già avvenuto per l’acciaio e l’alluminio, le ritorsioni cinesi colpiscano i produttori americani – manifatturieri ed agricoli – proprio là dove sono i serbatoi elettorali di Trump e dei conservatori.

Qualcuno getta però olio sul fuoco. Larry Kudlow, nuovo consigliere economico della Casa Bianca, succeduto a Gary Cohn, liberista, dimessosi perché contrario alle guerre commerciali, prevede che le tensioni commerciali tra Usa e Cina saranno risolte “nel giro di tre mesi”. Per lui, la minaccia d’imporre ulteriori dazi, che “non è un bluff”, funzionerà. Invece, dando un senso di confusione nell’Amministrazione statunitense, Steven Mnuchin, segretario al Tesoro, assicura che Washington “vuole negoziare” con Pechino, anche se il presidente “è assolutamente determinato a difendere l’interesse americano”.

Dall’altra parte del Pacifico, il presidente Xi, paradossalmente divenuto il campione del liberismo dopo il World Economic Forum 2017 – visto che Trump abdica al ruolo -, appare al New York Times fiducioso di poter uscire vittorioso da una guerra commerciale. E Xi sfrutta l’atteggiamento degli Stati Uniti per rilanciare sul fronte interno il tradizionale messaggio del Partito comunista cinese: Washington vuole impedire il sorgere della Cina sulla scena mondiale, ma non può più farlo. Pechino ha molti ruoli: è un antagonista economico e commerciale degli Stati Uniti, ma è un partner verso un’intesa in Corea; è un garante, insieme a Russia e Ue, dell’accordo sul nucleare con l’Iran; è una presenza espansiva in Africa e Medio Oriente.

Nella vicenda coreana, la Cina si mostra capace di usare l’arma del commercio al contrario, agendo sull’export invece che sull’import: annuncia il divieto di export verso la Corea del Nord di 32 beni (tra equipaggiamenti, software e tecnologie varie) potenzialmente a ‘doppio uso’, civile e militare, e che potrebbero essere utilizzati per produrre armi di distruzione di massa, nucleari o chimiche. Pechino si muove in linea con la risoluzione 2375 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di settembre, seguita al sesto test nucleare nord-coreano, e mantiene fermo il pressing su Pyongyang quando molti s’aspettavano un allentamento cinese delle sanzioni economiche dopo l’incontro tra Xi e Kim.

L’Unione europea, dal canto suo, ritiene di potere contribuire a risolvere la disputa commerciale Usa/Cina, senza finirci in mezzo. L’Ue “sta cercando di calmare o stabilizzare la situazione”, afferma il vice-presidente della Commissione di Bruxelles Jyrki Katainen, parlando della necessità d’una cooperazione europea sia con gli Usa che con la Cina. L’Ue, incalza un altro vice-presidente, Valdis Dombrovskis, non è di “prendere le parti” degli uni o degli altri, ma di rispettare le regole: “Se ci sono dispute commerciali, e ci sono sempre dispute commerciali, bisogna risolverle all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio”. Per Dombrovskis, “non dovrebbero esserci misure unilaterali da parte di singoli Paesi”. Per Katainen, “il principio base del commercio dovrebbe essere la reciprocità: ci aspettiamo reciprocità dalla Cina, ma sappiamo che non può accadere all’istante”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+