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Siria - Duma - attacco
DAMASCUS, April 12, 2018 Russian military police forces are seen at the Wafideen area near the town of Douma, on the northeast of Damascus, Syria, on April 12, 2018. Russian military police has been sent to Douma, the town northeast of Syrian capital Damascus, where an alleged chemical attack on the weekend killed several civilians, the Russian Defense Ministry said Thursday. psw) (Credit Image: © Monsef Memari/Xinhua via ZUMA Wire)

Adesso, Donald Trump cerca di confondere un po’ le acque e magari di calmarle: “Non ho mai detto il giorno e l’ora quando attaccheremo”. E ci mancherebbe altro: vi pare che un ‘comandante in capo’ si metta a fare la guerra a carte scoperte? In realtà, si fa avvertire il fuoco di sbarramento – amico e nemico – suscitato dai tweet bellicosi del presidente Usa: il siriano al-Assad avverte che un’azione militare occidentale può destabilizzare la regione – come se ora fosse tranquilla -; da Teheran, i pasdaran si dichiarano pronti a battersi – lo sono sempre -; Mosca annuncia che il canale di comunicazione con Washington è aperto – la ‘linea rossa’ è stata attivata -, ma intanto allestisce le contromisure a un eventuale attacco e fa salpare la flotta dalla base di Tartus per mettere le unità al sicuro.

Alla Casa Bianca, al Dipartimento di Stato, al Pentagono è un coro: “Nessuna decisione è stata presa, non c’è solo l’opzione militare”. Cortine fumogene? In serata, Trump chiama a consulto il segretario alla Difesa Mattis, consiglieri e generali. E’ l’ora delle decisioni, forse. Se l’offensiva partirà, non sarà ‘un colpo e via’, come avvenne l’anno scorso.

In Siria, la città di Duma, teatro la scorsa settimana del presunto attacco chimico divenuto il casus belli di questa crisi, è sotto il pieno controllo delle forze governative. La polizia militare russa, che ispeziona i luoghi, dice di non avere rilevato tracce chimiche, ma ciò contrasta con le osservazioni dell’Oms, fatte sui rapporti di medici in loco, e su una ridda d’indiscrezioni d’intelligence riprese da fonti di stampa occidentali. A Duma si attendono gli ispettori dell’Opac. Ma il loro verdetto non sarà comunque definitivo: i russi denunciano un attacco chimico costruito dall’opposizione anti-Assad per costringere gli americani a desistere dal proposito di abbandonare la Siria, ritirandone i 2000 militari lì rimasti lì.

Gli europei hanno posizioni variegate. Tutti condannano il ricorso alle armi chimiche, ma la May muove i sommergibili, Macron è pronto ad agire ma non ne vede ancora la necessità, la Merkel è contraria ad azioni militari. L’Onu chiede di evitare iniziative che mandino fuori controllo la situazione. Trump e Putin chiamano il turco Erdogan.

L’Alleanza atlantica offre una spalla agli Stati Uniti. “Ci sono consultazioni tra gli alleati della Nato su come rispondere all’attacco” a Duma. Lo dice il segretario generale Stoltenberg, che aggiunge: “L’Alleanza considera l’uso delle armi chimiche una minaccia per la pace e la sicurezza internazionali e i responsabili ne pagheranno le conseguenze. L’ultimo attacco è stato orrendo, con decine di persone uccise, compresi molti bambini”.

La parole di Stoltenberg suonano possibile avallo a un’azione militare, di cui Trump dice d’avere valutato i rischi connessi. Le forze Usa sul terreno, numericamente ridotte, sono esposte a ritorsioni e hanno alleati inaffidabili, milizie arabe che hanno più volte cambiato campo. E il confronto fra missili russi e americani, tra i nuovi S-400 e i Gladiator russi terra-aria, in dotazione ai siriani, e i Tomahawk americani non è affatto impari.

C’è la preoccupazione di essere sull’orlo del baratro di un ‘salto di qualità’ del conflitto: da regionale a mondiale, con un faccia a faccia senza precedenti Usa – Russia. Finora, Mosca e Washington, pur battendosi in Siria su fronti diversi, sono riusciti a mostrarsi alleati contro il terrorismo integralista – e contro l’Isis, il sedicente Stato islamico -, anche se poi i russi appoggiano il presidente al-Assad e il suo regime e gli americani stanno piuttosto con l’evanescente e difficilmente situabile sul terreno opposizione ‘moderata’.

La rotta dell’Isis ha fatto cadere il comodo paravento. E le contraddizioni siriane, già note, sono esplose: gli Usa quasi assenti e sostanzialmente ininfluenti – pochi giorni fa, Trump progettava il completo ritiro dallo scacchiere siriano -; Russia, Turchia e Iran interessati a spartirsi il Paese in zone d’influenza: Mosca e Teheran a fianco di al-Assad, in funzione d’influenza o d’egemonia regionale; Ankara soprattutto contro i curdi (e contro al-Assad); Arabia saudita e Israele che soffiano sul fuoco, soprattutto per contenere l’Iran

E l’Italia, come in tutte le guerre mediterranee, si trova di fatto sulla linea del fronte: così, la prospettiva di un’azione punitiva americana per l’uso su Duma di armi chimiche, esaspera i toni già caldi del dibattito politico. Il Governo Gentiloni fa la stessa scelta fatta dall’Italia nel 2010, ai tempi dell’intervento in Libia: non parteciperà a operazioni militari, ma continuerà a fornire supporto logistico alle forze alleate, condannando le violazioni in Siria dei diritti umani e al ricorso, da parte del regime di al-Assad, alle armi chimiche.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+