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Siria - Duma - armi chimiche - missili
April 9, 2018 - Douma, Syria - In this image made from video released by the Syrian Civil Defense, a medical worker treats a toddler following an alleged poison gas attack in the opposition-held town of Douma, in eastern Ghouta. The suspected chemical attack killed at least 40 people. (Credit Image: © Syrian Civil Defense White Helmets via ZUMA Wire)

“I missili arriveranno”: un tweet di Trump vale una dichiarazione di guerra, nel Mondo 2.0. E lascia poco margine alla diplomazia. L’Agenzia europea della sicurezza aerea dirama un’allerta sulle rotte del Mediterraneo orientale, “a causa del possibile lancio di raid aerei con missili aria-terra e/o cruise entro le prossime 72 ore” – ne restano 48 -. C’è, inoltre, “il rischio di un’interruzione intermittente delle apparecchiature di radionavigazione”.

Non fosse tragica, sarebbe paradossale la sensazione che il Mondo sia sull’orlo d’una guerra in Siria quando la guerra in Siria va avanti da oltre sette anni e ha già fatto più di mezzo milione di vittime – almeno la metà civili, bambini, donne, vecchi -.

Ma Trump vive nel presente: il passato non lo conosce, il futuro non lo progetta. Come un anno fa, quando ad aprile scagliò una gragnola di missili sulla Siria, il ‘casus belli’ è il presunto utilizzo, da parte del regime di Bashar al-Assad, di armi chimiche contro gli insorti e i civili di Duma. E come un anno fa, anzi più di allora, la vicenda non è affatto chiara e le responsabilità non sono certe. Ma, rispetto a un anno fa, i russi mettono in guardia: questa volta, risponderanno all’attacco, butteranno giù i missili Usa. Lo scontro militare tra le due Super-Potenze della Guerra Fredda non è mai stato così imminente.

Il Cremlino dice no a mosse che destabilizzino la Regione, che già è travagliata. Putin auspica che “il buonsenso prevalga”, suggerisce a Trump di sparare i missili contro i terroristi, chiama Netanyahu. Il ministero della Difesa russo ordina manovre navali di fronte alla Siria. A Damasco, sarebbero state sgomberate basi e caserme, mentre il presidente Assad veniva scortato fuori città.

L’esercito russo sostiene che il presunto attacco con armi chimiche contro i ribelli a Duma è stato “inscenato davanti alle telecamere” dai Caschi Bianchi, un’organizzazione per la difesa civile che opera nelle aree del Paese sotto il controllo dei ribelli. L’Oms riferisce di 500 intossicati e di 43 morti – su una settantina in tutto – con sintomi di intossicazione tipici delle armi chimiche, prodotte e liberate da chi – però – non si sa.

La logica del ‘cui prodest’ non conduce ad Assad e al suo regime: in Siria, l’Isis, il sedicente Stato islamico, è stato ormai sconfitto; l’opposizione un tempo detta moderata – e blandamente sostenuta dagli Stati Uniti e dai loro alleati – s’è in parte radicalizzata ed è ridotta a sacche di resistenza; Russia e Iran sono garanti della permanenza al potere di Assad e si sono assicurate aree d’influenza nel Paese; la Turchia è anti-Assad, ma, fin quando le si lascia fare il comodo suo con i curdi, è soddisfatta.

In questo contesto, perché risvegliare con un attacco chimico, per altro inutile, il Donald dormiente, che la settimana scorsa non vedeva l’ora di ritirare dalla Siria i 2000 militari americani lì presenti? Ma Assad ha già avuto in passato comportamenti irrazionali e atroci, dimostrando totale disprezzo dei diritti umani.

Il Pentagono – fa sapere il segretario alla Difesa Usa James Mattis – tiene “pronte” opzioni militari per la Siria. Più prudente di Trump, il generale che i suoi uomini soprannominarono “cane pazzo” è l’uomo saggio dell’Amministrazione statunitense: “Stiamo ancora valutando i dati dell’intelligence, stiamo ancora lavorando coi nostri alleati” sul presunto attacco chimico a Duma. Se il presidente lo giudicherà appropriato e lo vorrà, “Siamo pronti a fornire opzioni militari”.

Ieri, sono decollati dalla base di Sigonella (Catania) aerei della US Air Force, diretti verso la Siria in missione di ricognizione, in preparazione di un attacco con missili e di raid aerei che partiranno da unità di stanza nel Mediterraneo. Lo riferiscono media russi e la versione araba di Sky News: si tratta in particolare di Boeing P-8 ‘Poseidon’ capaci di missioni di ricognizione, sorveglianza e intercettazione anti-sommergibile.

Dopo il muro contro muro sulla Siria nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove Mosca chiedeva l’invio di esperti sul sito del presunto attacco, la diplomazia appare in panne. Israele è allerta: si prepara a una possibile rappresaglia iraniana dopo la sua incursione su una base siriana a Homs – fra le vittime, alcuni iraniani -.

Teheran si schiera al fianco di Damasco. Il desiderio di frenare l’Iran nella Regione anima non solo Tel Aviv, ma anche l’Arabia saudita. E la Francia, da sempre nemica giurata di Assad, s’interroga su quanto esporsi a fianco degli Usa: Le Figaro invita il presidente Macron “a non correre alle armi e a non accodarsi a Trump”. Londra e soprattutto Berlino sono più caute.

L’Italia, come in tutte le guerre mediterranee, si trova di fatto sulla linea del fronte. E la prospettiva d’un’azione punitiva americana esaspera i toni già caldi del dibattito politico.

Il preludio d’un sussulto che può fare finire fuori controllo il conflitto siriano sono stralci di tweet che il premier turco Yildirim paragona a frasi “da bulli di strada”: dallo “state pronti” ai russi al “ci sarà un prezzo da pagare” ad Assad; e un contorno di esclamazioni da fumetto, sick, bad, crazy. E’ una guerra?, o un video-gioco?

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+