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Siria - al-Assad - Usa
April 7, 2017 - New York City, NY, United States - Several hundred activists gathered at Union Square Park for a rally & march to oppose US intervention in the ongoing Syrian civil war, recently escalated with a cruise missile attack by US forces against Syrian government positions. (Credit Image: © Andrew Katz/Pacific Press via ZUMA Wire)

Barack Obama tracciò una linea rossa – l’uso delle armi chimiche da parte di Bashar al-Assad contro il proprio popolo – e poi accettò che fosse impunemente varcata, cedendo l’iniziativa a Vladimir Putin. Donald Trump batte sporadicamente un pugno sul tavolo della crisi, ma in realtà non vede l’ora di andarsene. Per gli Stati Uniti, la Siria è un’antologia degli errori: dall’impegno, riluttante, di Obama al disimpegno, sbandierato, di Trump, l’America è sempre lì, implicata, ma non influente e tanto meno decisiva. Ci spende uomini e mezzi, ma non ne ricava nulla.

Adesso, proprio in coincidenza con nuovi passi verso la spartizione della Siria in aree di influenza fra Russia, Turchia e Iran, il presidente Trump ha deciso di portare a casa 2000 ‘ragazzi’: se i piani per il ritiro immediato sono pronti, i comandi militari hanno però ricevuto istruzioni di concludere la missione “nel giro di qualche mese”.

Ancora una volta, tre passi avanti e due indietro. Washington ha definitivamente accantonato qualsiasi velleità di rovesciare al-Assad e non tenta neppure di proteggere i curdi – che sono stati artefici della sconfitta sul terreno del sedicente Stato islamico, l’Isis – dall’aggressione turca. Ma resta lì, a fare che non si capisce e per quanto ancora non si sa.

Perché? La Cnn riferisce che, nell’ultima riunione del suo team per la sicurezza nazionale, Trump avrebbe indicato il termine di sei mesi per il ritiro dei circa 2000 militari Usa in Siria – altre fonti non lo confermano -. Se il termine fosse fondato, il ritiro delle truppe avverrebbe un paio di mesi prima delle elezioni di midterm e potrebbe diventare una carta elettorale nelle mani dei repubblicani.

Messo in rotta l’Isis – ma l’autoproclamato Califfo Abu Bakr al-Baghdadi sarebbe ancora in Iraq, secondo fonti russe -, l’Amministrazione americana considera, a questo punto, la missione compiuta e s’aspetta che siano i suoi alleati, in particolare i Paesi arabi della Regione, ad assumersi l’onere della ricostruzione delle aree stabilizzate, mandando anche truppe se necessario. I soldati Usa potranno essere ancora coinvolti nellìaddestramento di forze locali – quali?, i ‘ribelli’?, i ‘lealisti’? – per garantire la sicurezza nelle aree liberate dall’Isis.

La Casa Bianca assicura che gli Stati Uniti continueranno a consultarsi con gli alleati sul da farsi, ma, in realtà, Trump fa e disfa per conto suo. Adesso che vuole andarsene, s’aspetta che “l’Onu lavori per la pace e assicuri che l’Isis non riemerga mai più”. Ma la situazione sul terreno, militare e umanitaria, rimane fluida: i flussi di civili nel Paese restano elevati – 100 mila sono tornati a Raqqa, oltre 150 mila sono venuti via da Gutha – e i movimenti di truppe continui – al-Assad ha schierato carri armati sul Golan -.

Notizie riferite dal New York Times destano timori che l’Isis stia covando sotto le ceneri in Iraq, dove migliaia di documenti ritrovati in basi abbandonate dalle milizie integraliste mostrano come l’organizzazione del Califfato nelle aree del Paese sotto suo controllo fosse capillare e minuziosa.

Le mosse di Trump turbano anche Mosca e Ankara. Le diplomazie russa e turca constatano che “è difficile capire gli obiettivi di politica estera degli Usa”, non solo in Siria. Il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov, una vecchia volpe, ammette: “Preferiremmo avere una presentazione più chiara degli obiettivi che gli americani hanno in questa o quest’altra parte del mondo, soprattutto là dove si intrecciano gli interessi di molti paesi chiave”. E azzarda un’ipotesi diplomatica, imputando le contraddizioni statunitensi “agli avvicendamenti tra i responsabili della politica estera Usa, visto che nessuno resta in carica per più di un anno”.

Che Mosca brancoli nel buio, ci può anche stare, visto che Usa e Russia non sono alleati. Che lo faccia la Turchia è strano, poiché Washington e Ankara sono entrambe nella Nato. Eppure, la Turchia vede “seria confusione” negli annunci americani. Quelli turchi sono chiarissimi: “Resteremo ad Afrin finché non sarà garantita la totale sicurezza nella regione”, strappata ai curdi con l’operazione ‘Ramoscello d’ulivo’. Con buona pace degli eroi di Kobane e di Raqqa, traditi ancora una volta dagli ‘amici’ americani.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+