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Siria - curdi - Vertice - Ankara
AFRIN (SYRIA), March 14, 2018 Civilians leave the city of Afrin, Syria, on March 14, 2018. Turkish President Recep Tayyip Erdogan on Wednesday expressed hope that Turkey's military and its allies would completely take Syrian Kurdish-held city of Afrin by Wednesday evening. Speaking to local administrators in Ankara, the president also said civilians in the city were being evacuated through a special corridor. (Credit Image: © Xinhua via ZUMA Wire)

Poker a tre sulla Siria con il morto; anzi con i morti, centinaia di migliaia di morti. Oggi ad Ankara Il presidente turco Erdogan riunisce i colleghi russo Putin ed iraniano Rohani: obiettivo del Vertice a tre ridare slancio all’intesa di Astana del maggio 2017 – una sorta di spartizione della Siria in aree d’influenza -, impantanatasi da qualche mese proprio quando la disfatta dell’Isis, il sedicente Stato islamico, pareva un viatico alla sua attuazione. “E, invece, la crisi siriana tra fine 2017 e inizio 2018 si è indubbiamente complicata”, osserva Roberto Aliboni, uno dei massimi specialisti italiani.

Dalle decisioni sul futuro della Siria, continuano ad essere assenti l’America di Trump e l’Europa: Washington non fa sentire la sua voce e s’accontenta di battere un pugno sul tavolo ogni tanto; Bruxelles ha troppe voci e nessuna conta abbastanza. E, intanto, Putin si sottrae all’accerchiamento diplomatico occidentale innescato dalla ‘guerra delle spie’ facendo perno proprio su un Paese Nato, la Turchia, pietra angolare del Sud/Est dell’Alleanza atlantica.

La visita di Putin ad Ankara, la prima all’estero da quando è stato rieletto presidente, il 18 marzo, non ha solo la Siria all’ordine del giorno: ieri, l’attenzione di Putin ed Erdogan e dei loro staff s’è concentrata sulle relazioni bilaterali, che negli ultimi anni hanno subito numerosi scossoni e che anche ora conoscono frizioni, in un contesto di coincidenza di interessi geo-politici ed economici.

Fronte energetico, c’è la costruzione della centrale nucleare di Akkuyu, appaltata all’azienda russa Rosatom, e c’è il progetto di gasdotto Turkish Stream. Dopo avere co-presieduto una sessione del Consiglio di cooperazione ad alto livello, Erdogan e Putin, in video-conferenza, hanno ‘posato la prima pietra’ dell’impianto nucleare, un complesso da 20 miliardi di dollari e “un simbolo” – è stato detto – delle relazioni russo-turche.

Fronte sicurezza, Ankara prevede di acquistare quattro sistemi missilistici anti-aerei S-400 russi (una commessa da 2,5 miliardi di dollari: la consegna degli S-400 dovrebbe iniziare nel 2020). Putin considera questo settore della cooperazione russo-turca “una priorità”.

Fronte commerciale, restano da eliminare residui delle sanzioni imposte dalla Russia alla Turchia, dopo l’abbattimento ad opera turca di un caccia russo a fine 2016, in uno dei momenti più convulsi del conflitto siriano. C’è la volontà di ricomporre gli screzi: “Solo nel 2017, Putin ed Erdogan – osservano fonti russe – hanno avuto otto incontri e oltre 20 colloqui telefonici”, numeri che Putin e Trump se li sognano.

Sempre latitanti gli Usa, il dialogo a tre sulla Siria è alla terza tappa, dopo quelle di Astana e di Soci in Crimea: Russia, Iran e Turchia perseguono una soluzione politica del conflitto siriano conveniente a loro ed ai loro partner, con la gestione di aree di de-escalation, ad esempio nell’Idlib, dove i tre Paesi sono garanti di una tregua tra i lealisti del presidente siriano Bashar al-Assad e vari gruppi ribelli e di ispirazione islamista.

Ma gli incidenti di percorso, spesso legati alle frizioni tra turchi e curdi, sono frequenti. Aliboni osserva: “Mentre l’Isis e le opposizioni anti-Assad escono dalla scena, sul proscenio della Siria sono emersi nuovi conflitti: (a) quello fra i curdi siriani e i turchi, che a metà gennaio s’è tradotto nell’invasione dell’Afrin da parte di Ankara; (b) quello fra i curdi siriani e il regime siriano lungo l’Eufrate; (c) quello nell’Idlib fra la Turchia e il regime siriano; (d) quello di Teheran e Damasco contro Israele ai confini siro-israeliani.

Sette anni appena compiuti di guerre in Siria hanno causato la morte di oltre 300.000 persone – soprattutto civili – e lo spostamento di oltre sei milioni di persone. Un’aritmetica dell’orrore cui Erdogan, Putin e Rohani non metteranno fine.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+