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Xi - Putin - Cina - Russia

Quale Paese occidentale sa già chi lo governerà nel 2024? Il mandato di Trump scade nel 2020, quelli della Merkel e di Macron nel ’21 e nel ‘22, la May traballa di giorno in giorno, l’Italia neppure ce l’ha un leader e, comunque, di solito durano poco. Invece, russi e cinesi sono a posto: loro sanno chi li governerà e noi sappiamo che avremo a che fare con i loro leader molto a lungo. Vladimir Putin è stato appena confermato presidente della Russia con una sostegno plebiscitario, persino superiore alle previsioni (quasi il 77% dei suffragi espressi); Xi Jinping s’è da poco visto rinnovare il mandato quasi all’unanimità dal Congresso del Popolo, il Parlamento cinese.

Per Putin, teoricamente è l’ultimo volta: è stato presidente per due mandati quadriennali consecutivi dal 2000 al 2008 e, dopo un giro di valzer col suo premier Dmitry Medvedev – per un quadriennio, s’invertirono i ruoli -, ha ottenuto altri due mandati consecutivi di sei anni dal 2012 al 2024 (ma le regole in Russia non sono immutabili). Per Xi, al potere dal 2013, siamo al secondo mandato; però, la sua presidenza è ormai costituzionalmente illimitata, perché in Cina sono stati aboliti i limiti a successive riconferme.

Putin e Xi sono uomini apparentemente senza età – il russo va per i 66 anni, il cinese per i 65 -, ma ben radicati nel loro tempo e nei loro ‘Paesi Continenti’. Che cosa significa che hanno prospettive di potere e di governo superiori a quelle di qualsiasi loro interlocutore occidentale, soggetto, inoltre, a verifiche parlamentari ed elettorali ben più contrastate delle loro?, che le autocrazie vetero-zariste e post-comuniste o i regimi comunisti ‘imperiali’ sono superiori alle democrazie?

Non è così, anche quando la democrazia è malata di bufale e d’inefficienza, come può avvenire negli Usa o in Italia. Ma il punto non è questo: Russia e Cina, non a caso riavvicinatesi, hanno prospettive di posizionamento sulla scena internazionale più lunghe e, in genere, non devono prendere decisioni sotto la spinta di un’opinione pubblica volubile e impaziente. Dati di fatto di cui bisogna tenere conto.

L’Occidente che fa le pulci a Putin e lo tratta a sanzioni
Sarà, quindi, il caso di prendere atto che gli Stati Uniti e l’Unione europea, la Nato e i nostri singoli Stati avranno in Putin – e Xi – interlocutori legittimati da procedure certamente discutibili dal punto di vista delle valenze democratiche, ma comunque espressioni d’una chiara volontà popolare. E sarà pure il caso di accettare che Russia – e Cina – sono presenze imprescindibili sulla scena mondiale, che non basta trattare a sanzioni e dazi.

Invece, l’Occidente accolse fra i Grandi la Russia smarrita e impoverita di Boris Ieltsin, salvo poi cacciare dal G8 la Russia assertiva e prepotente di Putin, capace di angherie sui fronti che Mosca considera interni – dalla Cecenia alla Crimea al Donbass in Ucraina, passando per l’Ossezia e l’Abkazia – e di giocare un ruolo decisivo nel Medio Oriente, specie in Siria, soprattutto a causa delle titubanze e delle latitanze occidentali. E, adesso, le rimprovera – magari legittimamente – ingerenze, cyber-attacchi e ‘spy stories’, come se quei giochi li avessero inventati al Cremlino.

Anche dopo le elezioni, stiamo stati a fare le pulci alla vittoria di Putin, perché l’affluenza alle urne non ha raggiunto l’obiettivo auto-prefissato del 70% e s’è fermata al 67% – eppure nessuno discute la legittimità, ad esempio, di un presidente degli Stati Uniti scelto dalla metà dei potenziali elettori e, per di più, votato da meno della metà di quelli andati alle urne –.

Fra le primissime congratulazioni giunte al Cremlino, quelle di Xi: fra ‘presidenti eterni’, o quasi, ci s’intende. Ha pure chiamato – dopo – Trump, che doveva essergli amico, ma con cui l’intesa non è buona: spendersi tanto per fare eleggere Donald il magnate non è stata l’idea migliore di Vladi.

Certo, Putin non ha avversari: perché quelli che ci sono valgono poco – il comunista col Rolex Pavel Grudinin è stato l’unico in doppia cifra, quasi al 12% – o perché quelli più temibili li mette fuori gioco – come nel caso del blogger Alexei Navalny, o molto peggio -. Quanto al nazionalista Zhirinovsky, sulla breccia ormai da un quarto di secolo, è rimasto sotto il 6%, perché Putin gli ha ormai tagliato sotto i piedi l’erba dell’orgoglio russo e del populismo.

Da agente del Kgb a ‘zar’, la vittoria e i propositi
Con i suoi 24 anni da ‘uomo forte’ della Grande Russia, Putin è il leader russo di maggiore durata dopo la zarina Caterina II, imperatrice 34 anni dal 1762 al 1796, Stalin, dittatore sovietico 29 anni dal 1924 al 1953, e lo zar Pietro il Grande (sul trono dal 1696 al 1724). Leonid Brezhnev guidò l’Urss per 18 anni dal 1964 al 1982.

Una carriera e una tenuta impressionanti, per un ex agente del Kgb che, in missione nella Germania dell’Est, assistette, senza poterlo arrestare, al crollo di quel regime e del mondo comunista. Capace d’esprimere una fisicità magnetica, che riacquista con l’esercizio del potere quanto perde con l’età, ‘occhi di ghiaccio’ Putin è paracadutista e sommozzatore, cavallerizzo e motociclista, stratega e acrobata.

“Vi ringrazio: il successo è il nostro destino”, ha detto Putin, parlando in una gelida notte moscovita alla folla riunita al Maneggio, a due passi dalla Piazza Rossa. “Ci aspettano sfide enormi… Serve una svolta”: parole, forse, banali, di circostanza. Sinceri, invece, anche se ironici, i ringraziamenti alla May e all’Occidente, che, accusando la Russia sul caso Skripal – l’ex spia doppiogiochista avvelenata con la figlia nel Sud dell’Inghilterra -, hanno ulteriormente compattato, se mai ve ne fosse stato bisogno, l’elettorato russo intorno al suo presidente.

L’ ‘effetto Skripal’ ha senz’altro influito sul voto dei russi all’estero, con file lunghissime davanti alle missioni diplomatiche (a Milano e a Roma, sono addirittura finite le schede elettorali). Invece in Ucraina i russi non hanno potuto votare poiché le forze di sicurezza hanno piantonato consolati e ambasciata. Kiev è furiosa perché il Cremlino ha indetto le presidenziali proprio nell’anniversario dell’annessione della Crimea, che per la prima volta dal contestato referendum del 2014 ha potuto votare Putin, tributandogli oltre il 90% dei consensi.

Il ministero degli Esteri di Mosca denuncia la mossa “illegale” ucraina e la commissione elettorale prepara esposti all’Onu e ad altre organizzazioni internazionali. L’Osce, con i suoi osservatori, segnala, d’altro canto, irregolarità e brogli nel voto russo – “in diminuzione” rispetto al passato, secondo l’associazione indipendente Golos -. Grudinin considera le elezioni come “le più sporche nell’ex Unione Sovietica”. Navalny, escluso dalla competizione, predicava l’astensione. Quel che resta, tra polemiche e risentimenti, è la vittoria più netta negli scrutini presidenziali della Russia post-comunista.

Spy Story e Guerra Fredda: pretesti e provocazioni
Invece di interrogarsi sul ‘che fare’ con questo Putin, l’Occidente continua a interrogarsi sul dove (e perché) vanno a morire le spie russe ‘dismesse’ o ‘riciclate’. A Londra: avvelenate, non è chiaro come e da chi, per strada o altrove; oppure, nel proprio letto, com’è accaduto una decina di giorni fa a Nikolai Glushkov, amico intimo del defunto oligarca Boris Berezovsky – aveva 68 anni e le cause del decesso restano incerte -.

La morte di Glushkov, che forse è solo coincidente, aggiunge un velo di mistero all’oscura vicenda dell’avvelenamento di Sergey Skripal e della figlia Yulia, accasciatisi su una panchina di Salisbury, nel sud dell’Inghilterra, con tracce di agente nervino – versano tuttora in condizioni critiche -.

Chiarisco che io non ho informazioni di prima mano su queste storie e sulle inchieste in corso e che, quindi, non ho nulla da aggiungere al rullo delle notizie di cronaca. Ma rilevo, dalla repentinità delle scelte di campo della politica, a fronte delle mancanza di certezze degli inquirenti, come esse siano un ennesimo capitolo della crescente – e per molti versi motivata – diffidenza dell’Occidente per la Russia di Putin.

Quello che ci dà la misura della nuova Guerra Fredda in cui siamo entrati non è questa ‘spy story’, che altre ne evoca. Cyber-spionaggio e cyber-propaganda, ingerenza nei meccanismi decisionali altrui – istituzionali e democratici -, sostegno (magari riuscito) al ‘manchurian candidate’ di turno: l’arsenale del conflitto tra Mosca – e non solo – e l’Occidente è più articolato e probabilmente più pericoloso del ‘bottone rosso’ con cui Kim Jong-un porta avanti la battaglia per la sopravvivenza del suo regime.

Da che mondo è mondo, le spie fanno un mestiere pericoloso; e i transfughi sfidano la diffidenza dei nuovi padroni e la vendetta di quelli ‘traditi’. Il che non ne giustifica in alcun modo l’uccisione, ma ci dovrebbe risparmiare tutta la recita dello stupore e dell’indignazione per comportamenti tradizionalmente reciproci – e sempre deprecabili –. E, invece, la politica, quasi con precipitazione, sovrappone all’informazione in fieri la propaganda e un’escalation di misure e contromisure, espulsioni di diplomatici e inevitabili contro-espulsioni.

Schermaglie e contraddizioni che non avvicinano la verità e non offrono alle opinioni pubbliche elementi probanti, ma che allargano il solco – già fatto di diffidenze, sanzioni e impuntature, oltre che di nuove missili, provocazioni tecnologiche e comportamenti predatori – tra la Russia e l’Occidente.

Cambierà qualcosa, adesso che Putin è al Cremlino per restarci fino al 2024? Difficile, perché nessuno ha mai ipotizzato un esito diverso delle elezioni presidenziali. Tocca all’Europa uscire dagli schemi e dalle contrapposizioni di questa nuova Guerra Fredda e ristabilire con la Russia rapporti critici di reciproca collaborazione e influenza. Se il gioco resta nelle mani di Trump, c’è poco di buono da aspettarsi.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+