CONDIVIDI
Trump - Putin - democrazia
November 11, 2017 - Danang, Vietnam - Russian President Vladimir Putin, left, chats with U.S. President Donald Trump during the leaders meeting at the APEC Summit meeting November 11, 2017 in Danang, Vietnam. (Credit Image: © Kremlin Pool/Planet Pix via ZUMA Wire)

Dopo 14 mesi alla Casa Bianca, Donald Trump si sente finalmente pronto a fare il presidente, almeno come la intende lui: agire in base al suo istinto, che è l’unica cosa di cui si fida, invece d’ascoltare la gente che lavora con lui e che lui stesso s’è scelto. E’ l’impressione che amici e consiglieri del magnate confidano, in queste ore, ai media Usa: affiora la preoccupazione che Trump sia un re Lear del XXI Secolo, frutto bacato di una democrazia malata.

Il presidente crea una sorta di baraonda più o meno organizzata, così da continuare ad incarnare – agli occhi dei suoi elettori – un’immagine movimentista e ‘anti-sistema’ e di tenere al contempo sulla corda ministri e collaboratori. Mentre le polemiche su Facebook rendono incerti i confini tra social, manipolazione, politica, spionaggio.

Trump arriva al potere sostenendo che non c’è stata nessuna interferenza russa nel voto Usa; adesso, denuncia l’interferenza e sostiene che è stata orchestrata dai democratici. Insofferente dell’Fbi, sceglie di nominare un procuratore speciale, Robert Mueller, per indagare sul Russiagate; adesso, vuole sbarazzarsene, perché – dice – non c’è più niente da accertare. Doveva ‘andare a braccetto’ con Putin, tenere a bada Xi, dare una lezione a Kim: con Putin, non ci parla; a Xi, mette i dazi, ma gli invidia la ‘presidenza a vita’; e con Kim s’appresta a celebrare un ‘Vertice della pace’ –se mai si faranno, il Vertice e la pace-.

Obamagate, immigrazione, controlli sulle vendite delle armi sono altri voci di scelte contraddette, cose non fatte, promesse non mantenute. E poi c’è il capitolo #metoo: donne pagate per tacere.

Il presidente uscito dalla campagna più ‘hackerata’– e più inquinata da ingerenze, magari maldestre e inefficaci, ma palesi e provate – e dall’elezione più sbilanciata nella storia americana – non era mai accaduto che il perdente ottenesse tre milioni di voti popolari in più del vincitore -, testimonial del malessere della democrazia a stelle e strisce, alimenta, con la ‘strategia della baraonda’, l’impressione d’instabilità e d’approssimazione.

Una pratica maoista alla Casa Bianca, ammesso che Trump ne sia conscio: una massima, attribuita al Grande Timoniere, che non era certo un alfiere della democrazia, recita “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione, quindi, è eccellente”.

E’ un continuo ‘stop and go’: un ‘tourbillon’ dove Trump interpretare la parte dell’uomo forte, pronto a silurare i subalterni incapaci, secondo il rodato schema televisivo dello “you’re fired”; e dove l’inadeguatezza del presidente, che non legge – neppure gli appunti dell’intelligence -, non ascolta – neppure Ivanka, la ‘prima figlia’ – e non scrive – a parte i tweet –, è meno appariscente. Nel caos, le posizioni non si cristallizzano: Trump è bravissimo a cambiare le carte in tavola, rovesciare gli schemi, mettersi dalla parte della ragione quando ha torto.

Si circonda di consiglieri quasi solo per liberarsene, come se fossero concorrenti di ‘The Apprentice’: di capi della comunicazione, ne ha già consumati tre – il quarto è in rodaggio -; di portavoce, due; di capi dello staff alla Casa Bianca, due – l’attuale, il generale Kelly, avrebbe i giorni contati -; di consiglieri per la sicurezza, due – e pure qui l’attuale, il generale McMaster, è a rischio -; di consiglieri per l’economia, due; l’Fbi, sua bestia nera, l’ha decapitata, via il numero uno e via il numero due.

La cacciata del segretario di Stato Rex Tillerson, una settimana fa, non ha esaurito la ‘Tempesta su Washington’ (Otto Preminger, 1962): ministri a rischio sono Jeff Sessions – Giustizia – Rick Perry – Energia -. E, in tutto questo, dov’è la bilancia dei poteri? Il Congresso è tutto repubblicano, anche se non tutto ‘trumpiano’. E la Corte Suprema è conservatrice. Urge un’iniezione di riequilibrio: verrà dal voto di midterm del 6 novembre?

The following two tabs change content below.
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+