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My Lai - strage - civili -Siria

Da un massacro all’altro, le stragi di civili sono una costante delle cronache di guerra: nel giorno in cui l’America ricorda, senza stracciarsi le vesti per i sensi di colpa, il massacro di My Lai, dove soldati statunitensi uccisero circa 350 civili inermi – uno dei momenti più tragici e più bui del conflitto in Vietnam -, dalla Siria vengono notizie di oltre 100 civili uccisi nelle ultime 24 ore in bombardamenti governativi, russi e turchi, rispettivamente nella Ghuta orientale – 67 vittime – e nell’enclave curda di Afrin – 27 vittime -.

Tra i due estremi, il Vietnam e la Siria, stragi di civili ad opera di militari più o meno regolari, dall’Asia all’Africa all’America latina. In Europa, la ferita che ancora sanguina è l’eccidio di Srebrenica: nel luglio 1995, oltre 8.000 musulmani bosniaci, specie uomini e bambini, furono vittime di un’operazione di pulizia etnica delle truppe serbo-bosniache, nonostante la presenza nell’area di militari olandesi sotto la bandiera dell’Onu, incapaci di intervenire.

L’America di Trump, che ha fretta di essere “di nuovo grande”, non si ferma a celebrare My Lai: il presidente e i suoi sostenitori non hanno né l’autocritica né la lacrima facile. E i media sono zeppi della ‘spy story’ che allarga il fossato tra l’Occidente e la Russia e delle beghe domestiche, le armi che resteranno alla portata di tutti, il Russiagate, la Casa Bianca divenuta un Grand Hotel dove c’è chi viene e chi va, le scappatelle di Trump la cui serie s’allunga.

Il massacro di My Lai avvenne il 16 marzo 1968, quando i soldati Usa della Compagnia C guidati dal sottotenente William Calley ebbero l’ordine di sradicare i Vietcong nell’area di Quang Ngai: uccisero 347 civili inermi, vecchi, donne, bambini, anche neonati. Scene da Apocalypse Now.

A bloccare la strage, fu l’equipaggio di un elicottero in ricognizione, che, atterrando, s’interpose tra i militari americani e i superstiti vietnamiti. Il pilota, Hugh Thompson, un sottufficiale, si confrontò con i soldati a terra, ordinando di puntare le armi contro di loro e di aprire il fuoco se non si fossero fermati. Il massacro cessò: Thompson fece evacuare i civili sopravvissuti.

Le cause e i contorni del drammatico episodio restano, tuttora, incerti. Fonti vietnamite parlano d’una ritorsione, dopo uno scontro a fuoco con dei Vietcong che si erano mischiati ai civili. L’inchiesta portò all’accusa per crimini di guerra di 26 militari americani, ma solo il comandante del plotone, il sottotenente Calley, fu condannato all’ergastolo per omicidio, salvo essere graziato dal presidente Nixon dopo tre anni e mezzo di arresti domiciliari a Fort Benning, in Georgia. Ci vollero più di quarant’anni perché il sottotenente si scusasse pubblicamente: “Non passa giorno – disse nel 2009 – che non provi rimorso per quello che è successo a My Lai”.

Le memorie dei superstiti di allora sono simili alle testimonianze che arrivano, oggi, dalla Siria: l’unica differenza è che i massacri del XXI Secolo sono raccontati, spesso in diretta, sui social. Invece, di My Lai si seppe solo un anno e mezzo più tardi, grazie a un giornalista investigativo indipendente, Seymour Hersh.

Cade, per il Mondo, l’alibi del non sapere. Ma c’è la tentazione, o il sospetto, della fake news: l’Osservatorio nazionale per i diritti umani siriano riferisce l’effetto dei bombardamenti contro l’opposizione ad Assad dei ‘lealisti’ appoggiati da truppe russe e contro i curdi ad Afrin, dove, dal 20 gennaio, è in corso un’offensiva delle forze speciali turche e di milizie ribelli loro alleate. Ma da Mosca il ministero della Difesa smentisce: non i morti siriani, ma le bombe russe.

Non sono bufale i bilanci di sette anni di guerra civile in Siria: 511 mila vittime, di cui almeno 425 mila civili – 1260 solo nelle ultime quattro settimane -. L’Unicef calcola che i bambini uccisi nel 2017 siano stati il doppio che nel ’16. La sconfitta del sedicente Stato islamico non ha segnato la fine dei combattimenti, delle uccisioni, degli esodi di massa. My Lai i curdi lo scrivono Afrin e i siriani Ghuta.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+