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Trump - armi - controlli
Washington: You have perhaps heard the joke about the liberal who is so open-minded that he can’t even take his own side in an argument. What’s less funny is that on gun control, liberals (and their many allies who are moderate, conservative and non-ideological) have been told for years that if they do take their own side in the argument, they will only hurt their cause. Supporters of even modest restrictions on firearms are regularly instructed that their ardent advocacy turns off Americans in rural areas and small towns. Those in favor of reforming our firearms laws are scolded as horrific elitists who disrespect a valued way of life. And as the mass killings continue, we are urged to be patient and to spend our time listening earnestly to the views of those who see even a smidgen of action to limit access to guns as the first step toward confiscation. Our task is not to fight for laws to protect innocents but to demonstrate that we really, honestly, truly, cross-our-hearts, positively love gun owners and wouldn’t for an instant think anything ill of them. What is odd is that those with extreme pro-gun views, those pushing for new laws to allow people to carry just about anytime, anywhere, are never called upon to model similar empathy toward children killed, the mourning parents left behind, people in urban neighborhoods suffering from violence, or the majority of Americans who don't own guns. Depending on the survey, somewhere between 58% and 68% of us live in households without guns. But no one who belongs to the National Rifle Association is ever told to prove their respect for our way of life. Rarely is it pointed out that the logic of the gun lobby’s position is to create a world in which everyone will need a gun, whether we want one or not. ('Arm the teachers!' 'Arm the students!') I reported on Lebanon’s civil war in the 1980s, and I can assure you that a heavily armed country is not an ideal (or safe) place to live. The students at Mar

Va a finire che Donald Trump, il presidente eletto con 30 milioni di dollari di contributi della Nra, la lobby della armi, e che si proclamava paladino del II emendamento della Costituzione – quello che dà ad ogni cittadino il diritto di essere armato -, farà quello che Barack Obama e tutti i liberals prima di lui alla Casa Bianca non sono mai riusciti a fare: porre limiti alle vendite delle armi, dare un giro di vite ai controlli, impedirne l’acquisto almeno ai malati di mente, oltre che ai delinquenti.

Per il momento, nulla del genere è successo. Ma le ultime dichiarazioni del presidente Trump vanno in questa direzione, anche se, dopo la strage nel liceo di Parkland in Florida, il magnate ha detto tutto e il contrario di tutto: fare una legge per maggiori controlli; armare i professori e i bidelli; proibire i congegni che trasformano un fucile in un mitragliatore; sempre elogiando il patriottismo della Nra.

Il massacro di Parkland – 17 vittime, ad opera di un ragazzo espulso da scuola, violento e instabile – ha incrinato, più che altre volte in casi simili, la scorza dell’America ‘pro gun’, forse pure per la determinazione degli studenti e l’ampiezza del loro movimento ‘Never again’, ‘Mai più’. D’ora in poi, Walmart, colosso delle vendite al dettaglio americano, non venderà armi e munizioni a chi ha meno di 21 anni. La società s’è anche impegnata a rimuovere i fucili giocattolo che sembrano veri dai suoi scaffali.

Incontrando alla Casa Bianca un gruppo bipartisan di deputati e senatori che vogliono meglio regolamentare la vendita delle armi, Trump s’è detto “ben deciso a trasformare il dolore in azione”: “Scriverò io” , ha detto, un ordine esecutivo per mettere al bando il ‘bump stock‘, il potenziatore delle armi semi-automatiche in armi automatiche, “così voi non dovrete preoccuparvene”.

Il presidente ha poi esortato il Congresso a valutare seriamente la possibilità di “alzare i limiti d’età per l’accesso alle armi”, fissandoli a 21 anni – attualmente, in alcuni Stati un ragazzo di 18 anni non può bere una birra al bar, ma può comprarsi una pistola -. “Pensateci!”, ha detto Trump, quasi sfidando deputati e senatori: “Avete paura della Nra?”. La Casa Bianca chiede una legge bipartisan e “onnicomprensiva”: un progetto già esiste ed ha pure l’avallo dell’Nra.

Resta da vedere se Trump persisterà su queste posizioni, che possono alienargli il sostegno di parte dei suoi elettori. E c’è pure da chiedersi se il ritorno di fiamma delle armi non serva e fare passare in secondo piano le grane interne alla Casa Bianca, dove il capo della comunicazione, Hope Hicks, 29 anni, una delle poche superstiti della campagna presidenziale, lascerà presto l’incarico. La Hicks, una ex modella per taglie forti che non passava inosservata, è il terzo capo della comunicazione ‘bruciato’ in un anno, dopo Sean Spicer e la meteora estiva Anthony Scaramucci.

Paga, la Hicks, l’irritazione del presidente nei suoi confronti: chiamata dal Congresso a testimoniare sul Russiagate, Hope ha ammesso di avere mentito per non danneggiare Trump, che di conseguenza sarebbe “andato su tutte le furie” – lo riferisce la Cnn -. Ma contro la Hicks c’è pure l’onda lunga delle vicende #Metoo: lei era la partner  di Robert Porter, il segretario dello staff della Casa Bianca dimessosi per le accuse di violenze sessuali nei confronti delle due ex mogli.

Il posto della Hicks potrebbe andare a un’altra donna, Mercedes Schlapp, 45 anni, origini cubane e un marito ‘pezzo grosso’ conservatore.

Un fastidio in più per Trump, dopo che il nulla osta di sicurezza di Jared Kushner, suo genero, consigliere per il Medio Oriente, è stato declassato, impedendogli l’accesso ai documenti ‘Top Secret’ dell’Amministrazione statunitense; e ora che i manager della sua campagna, Paul Manafort e Rick Gates, sono pronti a dichiararsi colpevoli nel Russiagate ed a collaborare, di fronte a capi d’imputazione che possono costare loro decenni di carcere.

Ieri, i Golden State Warriors, i campioni dell’Nba, in trasferta a Washington, hanno battuto i locali Wizards e visitato con una scolaresca il Museo afro-americano, dopo avere declinato l’invito alla Casa Bianca.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+