CONDIVIDI
Cina-Apple-dati-cook
GUANGZHOU, Dec. 6, 2017 Tim Cook (R), chief executive officer of Apple, speaks at a plenary session during the 2017 Fortune Global Forum in Guangzhou, south China's Guangdong Province, Dec. 6, 2017. mcg) (Credit Image: © Sun Ruibo/Xinhua via ZUMA Wire)

Non è proprio la resa del Bene al Male, e tanto meno la vittoria di San Giorgio sul Drago: non è né un apologo né un’allegoria. E’ una storia d’affari e di realismo, un calcolo d’interesse tra il meno – il dare i dati – e il più – restare nel mercato cinese -. La Apple è un gigante dell’informatica ed è pure un’icona della libertà d’informarsi e di comunicare, ma il miliardo e 300 milioni di potenziali clienti cinesi sono una potenze calamita.

Così, l’azienda che fu fondata da Steve Jobs accetta di consegnare alla Cina, entro fine mese, i dati degli utenti cinesi che usano il servizio iCloud, la ‘nuvola’ su cui conservare file, foto, sms, email. Significa sicuramente compromettere la privacy degli utenti nei confronti delle autorità cinesi. Ma c’è la necessità di adeguarsi alle leggi sulla cybersicurezza cinesi: esse prevedono che i dati cinesi siano memorizzati su server fisicamente localizzati nella Repubblica popolare cinese, e non più – come finora avvenuto – su server statunitensi.

E’ probabilmente un caso che la decisione della Apple coincida con l’annuncio, da parte della Cina, di una riforma della Costituzione che cancella il limite di due mandati presidenziali quinquennali e consecutivi: Xi Jinping, l’attuale presidente, uscito più potente che mai dal congresso del Partito a novembre, non dovrà, quindi, farsi da parte alla fine del suo secondo mandato, che sta per iniziare.

La conferma di Xi a marzo da parte del Comitato del Popolo, il Parlamento cinese, è una formalità. Può anche darsi che Xi stia esercitando una positiva influenza sulla Corea del Nord, come dice ora il presidente Trump, che fino a poco tempo fa gli rimproverava di tenere bordone a Pyongyang – adesso, lo farebbe Mosca -. Di certo, Xi prende a prestito dai Kim la nozione di ‘presidente eterno’, cara alla dinastia dittatoriale comunista nord-coreana.

Al mondo degli affari, la novità non sembra dispiacere: alle borse di Shanghai e di Shenzhen, i titoli delle società con nomi legati ai termini ‘imperatore’ o ‘re’ fanno un balzo in avanti, adesso che Xi più che un presidente appare, appunto, un ‘imperatore’, nella tradizione cinese. Vanno forte aziende d’ogni genere, elettroniche, meccaniche, agro-alimentari, di servizi di pulizia, purché nel nome ci sia un riferimento imperiale o reale.

Certo, gli operatori cinesi hanno un’inclinazione allo scaramantico superiore a quelli occidentali e, quindi, la mossa è più cabala che calcolo. Nel 2019, quando Trump vinse le elezioni presidenziali negli Stati Uniti e Hillary le perse, le azioni delle imprese il cui nome ‘suonava’ come Trump s’impennarono e quelle che ‘suonavano’ come Hillary precipitarono.

Ma, giaculatorie a parte, la Cina si sta attrezzando per essere protagonista, a suo modo, sulle scene politica ed economica del XXI Secolo. A marzo, il Comitato del Popolo avallerà numerose riforme della Costituzione: oltre a iscrivere, come già deciso, nella Carta Suprema il pensiero del presidente “sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, v’inserirà la visione della “costruzione per l’umanità di una comunità con un futuro condiviso”, altra teoria cara a Xi. Le novità – assicura l’agenzia Nuova Cina – rafforzeranno “i valori centrali del socialismo”, ma in primo luogo il ruolo del Partito (“la leadership del Pcc definisce la peculiarità del socialismo con caratteristiche cinesi”) e quello di Xi.

Pechino invia emissari economici negli Stati Uniti, diventa ago della bilancia nella crisi coreana e si dota d’una stabilità politica interna che è musica alle orecchie degli investitori internazionali. Ansie e timori di attivisti e associazioni per i diritti umani in questo contesto non ‘fanno il peso’: prevedendo la mossa delle Apple, Reporters sans frontières aveva invitato due settimane or sono blogger e giornalisti in Cina a non usare iCloud per non essere individuati dal governo.

Qualche giorno fa, la Apple ha inviato notifiche agli utenti cinesi per avvisarli del cambiamento, cui – spiegava – aveva cercato di opporsi, senza successo. I dati cinesi finiranno sui server della Cloud Big Data Industry, società creata a Guizhou nel 2014, con stretti legami con il governo e il Pcc.

Pechino ha un record impressionante di repressione, restrizioni, violazioni dei diritti umani, non solo su Internet. Jing Zhao, attivista per i diritti umani e azionista di Apple, prevede che andrà peggio di quando, un decennio fa, Yahoo! cedette al governo i dati di alcuni utenti cinesi, innescando arresti e persino condanne a morte.

Ma Tim Cook, Ceo di Apple, non ci pensa proprio a mollare il mercato cinese, in nome della tutela della privacy e della salvaguardia dei diritti umani. Comunisti o ‘liberals’, siamo tutti capitalisti.

The following two tabs change content below.
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+