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Europa - integrazione

C’è un’ Europa che s’è scrollata di dosso la più lunga e più grave crisi economica degli ultimi 70 anni e che s’appresta a rimettersi in marcia sul cammino dell’ integrazione, partendo dall’intesa franco-tedesca riveduta e adattata ai nuovi protagonisti, l’inossidabile cancelliera Angela Merkel e il dinamico presidente Emmanuel Macron. E c’è un Paese, l’Italia, che rimane in mezzo al guado della crisi e della politica, incerto sulle scelte da fare e sulla direzione da prendere: i suoi partner sono consci di dovere aspettare il 4 marzo, nel gioco dell’oca del ‘fermi un turno’, quando ci sono, volta a volta le elezioni politiche; ma non sono inclini ad aspettare oltre.

Certo, nell’Unione non è tutto latte e miele: c’è la trattativa sulla Brexit, che è di per sé un freno; c’è tutto un fermento di nazionalismi e populismi, che fanno grumo nel Gruppo di Visegrad, Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria, cui dà man forte l’Austria del giovane e determinato cancelliere Sebastian Kurz; c’è il nodo mai sciolto dell’intreccio, nelle percezioni diffuse in opinioni pubbliche impaurite, tra flussi di migranti e sicurezza; c’è la questione catalana, che tormenta la Spagna.

Ma una traccia di percorso di rilancio dell’ integrazione comincia a intravvedersi: al Vertice europeo di venerdì 23 febbraio, a Bruxelles, s’è parlato della governance dell’Unione, in vista delle elezioni del Parlamento di Strasburgo fra 15 mesi, a fine maggio 2019, e del rinnovo della Commissione di Bruxelles. E ci sono sviluppi sui fronti dell’Unione economica, monetaria, bancaria, mentre l’ ‘ Europa della difesa ’ tenta la via inedita della cooperazione rafforzata. I miglioramenti dell’economia alimentano sentimenti di fiducia: Parigi e Berlino hanno ciascuna davanti a sé quattro anni di stabilità politica e possono fare progetti, fra di loro e con i partner; e la Commissione riapre, in prospettiva 2025, il discorso dell’allargamento ai Balcani occidentali, dove ci sono, in lista d’attesa, Serbia e Montenegro, Bosnia e Macedonia, Albania e Kosovo.

Londra nel gioco europeo di sicurezza e difesa
L’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, già rappresentante dell’Italia presso l’Ue e, quindi, commissario europeo, cava indicazioni positive dall’intervento del premier britannico Theresa May alla Security Conference di Monaco di Baviera: “Il negoziato con l’Ue sulla Brexit si arricchisce d’un nuovo capitolo – scrive su AffarInternazionali.it, il webzine dell’Istituto Affari Internazionali, di cui è presidente -; e aumentano le complessità e le incertezze di una trattativa che ha come obiettivo di concordare le condizioni del divorzio e di definire i contenuti delle future relazioni fra Regno Unito e Unione europea”.

A Monaco, la May ha infatti rilanciato l’idea (già evocata nel discorso di Firenze, a settembre 2017) di un ambizioso accordo con l’Ue sulla cooperazione in materia di sicurezza e difesa. E lo ha fatto “con un discorso di alto profilo, lasciando deliberatamente da parte tutte le difficoltà del negoziato in corso sulle condizioni del divorzio e sul futuro delle relazioni economiche e commerciali e concentrandosi sui motivi per cui Regno Unito e Ue hanno un interesse convergente a mantenere, e in futuro a sviluppare, un intenso rapporto collaborativo nel campo della sicurezza interna ed esterna e nel campo della difesa”.

Secondo l’ambasciatore Nelli Feroci, l’Ue ha tutto l’interesse a rispondere positivamente all’appello della May. A tre condizioni: “In primo luogo, non possiamo accettare che la trattativa su sicurezza e difesa condizioni quella sul futuro delle relazioni economiche e commerciali: i due negoziati potranno procedere in parallelo, ma dovranno rimanere distinti. In secondo luogo, bisognerà tutelare l’autonomia dei processi decisionali Ue, nel definire un accordo di collaborazione con un Paese che nel frattempo sarà ‘tecnicamente’ divenuto un Paese terzo. In terzo luogo, il futuro accordo dovrà essere dotato di una ‘governance’, che preveda tra l’altro un credibile meccanismo di soluzione delle controversie”.

Un’Italia in preda ai dubbi, dove la paura uccide la voglia
Se Londra si dà motivi per restare in Europa, proprio mentre sta lasciando l’Unione, l’Italia del voto è reticente ad accettare che il suo futuro è l’Unione e a decidere di essere protagonista del rilancio. Per rendersene conto, basta scorrere, come ha fatto Gianni Bonvicini, uno dei massimi conoscitori italiani dell’Ue, che ha analizzato i programmi elettorali europei dei maggiori partiti italiani.

Questa rapida carrellata ci permette di trarre alcune considerazioni sui futuri orientamenti e contributi del nostro Paese nei confronti dell’ Europa, ricavandone tre considerazioni. “La prima – ci dice – è che a grandi spanne, alla luce degli ultimi sondaggi elettorali disponibili, almeno un 60% delle forze politiche italiane è come minimo euroscettico: M5S, centro-destra e in qualche misura LeU esprimono un atteggiamento fortemente difensivo, quando non contrario, all’attuale Ue. In ciò si confermano le tendenze euroscettiche messe in luce da diversi studi europei sul crollo verticale del favore della nostra opinione pubblica nei confronti di Bruxelles. Siamo passati dal 70% e più a favore dell’Ue di una decina di anni fa ad un risicato 42% in tempi recenti”.

“Quello che tuttavia preoccupa di più – prosegue Bonvicini – è il fatto che gran parte dei partiti si facciano portavoce di queste tendenze, venendo meno a una loro funzione tradizionale, che dovrebbe essere quella di orientare le opinioni pubbliche verso scelte razionali e prevedibilmente vantaggiose nel medio-lungo termine. Altrimenti si cade nel puro e semplice populismo”.

La seconda considerazione è che “gran parte dei programmi forniscono una fotografia statica dell’Ue, dei suoi limiti e de suoi fallimenti. Non vi sono grandi ricette per il futuro: solo affermazioni generiche di mete irraggiungibili”, come gli Stati Uniti d’Europa che molti evocano, oppure le giaculatorie su “un’ Europa diversa”, “un’altra Europa”, “una svolta in Europa”, addirittura “un’inversione di tendenza”. Fa eccezione +Europa, “ma è chiaro – osserva Bonvicini – che questa piccola formazione non può cambiare in modo radicale le carte in tavola, a meno che non si trasformi nella punta di diamante di un Pd ancora in bilico fra critiche alla Commissione e volontà di maggiore integrazione. Va infatti ricordato che la Commissione, nell’attuale assetto istituzionale, è una esecutrice degli ordini del Consiglio, quindi degli Stati membri, fra cui il nostro. Non ci sono alibi per nessuno se poi le cose non vanno bene”.

La terza considerazione è che “in tutti i programmi manca un senso di ‘visione’ dell’ Europa che vogliamo: delle sue finalità, della sua straordinaria potenzialità e dei vantaggi che ne potranno derivare ai nostri Paesi, a cominciare proprio dall’Italia, la cui posizione geo-strategica richiede più Europa ed è a vantaggio di tutta l’ Europa. Insomma, non si intravvede un Macron all’orizzonte che sappia chiamare a raccolta l’intero Paese rovesciandone l’atteggiamento euroscettico”.

Se dalle elezioni usciranno maggioranze euroscettiche o mini-grandi coalizioni abborracciate, allora “la solitudine del nostro Paese nell’Ue non farà altro che accentuarsi, a scapito dei nostri interessi nazionali in un’Europa che in ogni caso è destinata a cambiare, sia con il rinnovo delle istituzioni nel 2019 che con il varo di un nuovo bilancio comunitario dal 2020 in poi. Se Macron e la Merkel dovessero davvero mettersi in moto, allora l’esserci con proposte a noi favorevoli sarà, o sarebbe, della massima importanza”. Al momento giusto, dove sarà l’Italia?, e quale Italia sarà?

I fronti aperti di una politica estera europea
Una ripresa di vigore dell’Unione europea dovrà coincidere con una sua maggiore e più coesa presenza sulla scena politica internazionale, a cominciare dalle polveriere del Medio Oriente e dell’Africa (del Nord e sub-sahariana, il Sahel), che sono incubatoio di conflitti, terrorismo e migrazione.

Fronti europei sono pure la Turchia di Erdogan, eterna candidata all’adesione, ma mai forse così lontana come oggi dall’Ue; la Russia di Putin, di cui nessuno si fida a pieno e alcuni hanno paura, ma che è interlocutore energetico necessario e protagonista assertivo ai confini dell’Ue e in Siria; e la Cina di Xi, che attira con le lusinghe della Via della Seta ed è pronta a raccogliere il testimone della lotta al riscaldamento globale lasciato cadere dagli Usa.

Proprio l’America di Trump è banco di prova dell’ Europa che esce dal limbo: le tentazioni d’isolazionismo e di protezionismo pongono sfide politiche, economiche, commerciali, ma costituiscono pure un’opportunità per testare e consolidare la coesione europea. L’Ue è stata raramente così compatta come sul clima – al G7 di Taormina -, sull’accordo sul nucleare con l’Iran, sul no al riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele: il presidente magnate che snobba l’Unione e trascura la Nato si sta dimostrando un mastice efficace per un’ Europa più unita.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+