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Usa - media - Newsweek
Dec. 30, 2012 - New York, USA - The last print issue of Newsweek is pictured with the headline 'Last print issue' and a picture of the old editorial headquarters next to a tablet computer in New York, USA, 30 December 2012. After 80 years, the magazine will be published in print for the last time on 31 December 2012. After that date, there will only be an online issue. Photo: Chris Melzer (Credit Image: © Chris Melzer/DPA/ZUMAPRESS.com)

Newsweek si fa l’autoscoop e scoppia un putiferio: inchiesta della magistratura, punto di partenza della vicenda, licenziamenti, dimissioni, polemiche. Se qualcuno aveva dubbi che il giornalismo 4.0 del Terzo Millennio negli Usa sia ancora parente di quello di The Post, il film sui Pentagon Papers, legga qui: troverà indicazioni contraddittorie, di che restare nell’incertezza. L’impressione è che direttori come Ben Bradlee se ne facciano ancora, ma che forse s’è perso lo stampo di editori come Katharine Graham. Eppure, nell’America di Trump motivi per essere editori coraggiosi ce ne sono, almeno quanti nell’America di Nixon.

Sul tema, i media Usa paiono essi stessi dubbiosi e riluttanti: ne parlano Washington Post e la Cnn, UsaToday e varie testate online, Mother Jones e The Daily Beast, ma la storia non diventa valanga. Un po’ nella serie ‘lavare in famiglia i panni sporchi, ciascuno i propri’; e un po’ perché è difficile da spiegare, complessa e intricata. Roba d’affari, non di sicurezza nazionale.

Newsweek, un tempo una delle riviste più prestigiose al Mondo, oggi ridotta a poco più d’un sito, vive le sue ore più buie: saltano il direttore Bob Roe, il direttore esecutivo Kenneth Li e la reporter Celeste Katz, che – sbattuta la porta – ringrazia con un tweet i colleghi e annuncia “Questa notte, dormirò bene. Domani, cercherò un lavoro”.

Tutti hanno perso il posto per un servizio investigativo sulla società editrice della testata, il discusso Newsweek Media Group. Il posto di Roe è stato preso da Nancy Cooper, iperattiva direttrice dell’International Business Times, sito di economia noto in tutto il mondo e di proprietà della stesso Newsweek Media Group.

Numerosi giornalisti si sono dimessi in segno di protesta, molti altri colleghi hanno invece indagato ulteriormente. Martedì 20, il sito online ha pubblicato i risultati dell’inchiesta redazionale, denunciando nel contempo le pressioni cui i reporter e lo staff erano stati sottoposti.

Alessandra Baldini, una delle più acute ed attente osservatrici italiane della realtà americana, nota: “Al di la’ delle rivelazioni dell’inchiesta, a fare scandalo è stato quanto Newsweek ha scritto come premessa allo scoop: ‘Ci hanno passati al setaccio, violando le regole dell’etica giornalistica. E hanno mostrato la nostra storia ai suoi protagonisti e ci hanno chiesto di rivelare le nostre fonti. Abbiamo resistito, ma giornalisti e loro responsabili si sono sentiti in dovere di dimettersi’”.

Alla fine era stato il CEO del gruppo, Dev Pragad, ad autorizzare la pubblicazione senza tagli. Prima, però, c’era stata, secondo la ricostruzione di Cnn e Daily Beast, una battaglia senza quartiere, “all’ultimo sangue”, tra redazione e amministratori. E Mother Jones s’interroga su “chi c’è dietro Newsweek”. Cerchiamo di capirlo.

L’intervento della magistratura, di cui nessuno ha parlato per oltre un mese, risale a metà gennaio: gli inquirenti di New York avevano sequestrato 18 computer dagli uffici di Newsweek a Manhattan. L’indagine riguarda i legami tra il Newsweek Media Group e la Olivet University, ateneo cristiano conservatore fondato da un controverso reverendo di origini coreane, David Jang – non pensate subito al reverendo Moon, l’uomo dei matrimoni di massa: pare non c’entri nulla -.

I giornalisti di Newsweek hanno scoperto che nel 2016 la Olivet, che cercava di avere sgravi fiscali per aprire un campus nello Stato di New York, aveva offerto a funzionari statali pubblicità gratuita su Newsweek per un valore di 149 mila dollari. “Erano giorni in cui la rivista era in crisi e tuttavia s’è permessa di rinunciare a 150 mila dollari “, chiosa su Twitter un capo redattore, Jason Le Miere.

C’erano dietro interessi personali e legami non chiariti tra il Newsweek Media Group e l’Università. Johnatan Davis, co-fondatore del gruppo editoriale, ha ammesso i suoi legami con la Olivet, di cui sua moglie è presidente e lui in passato è stato consigliere accademico: “Sono amici – ha detto -. Aiutare gli amici non è un reato”, almeno fin quando non truffi o derubi la tua azienda per farlo.

Newsweek è un settimanale di grandi tradizioni: fondata nel 1933, nei suoi momenti migliori vendeva tre milioni di copie negli Stati Uniti e quattro in tutto il Mondo. Vittima della crisi dell’editoria, nonostante la qualità delle informazioni e degli articoli, la rivista aveva annunciato, nell’ottobre 2012, la cessazione dell’edizione cartacea, passando in toto al digitale, con la testata Newsweek Global.

Alla drastica decisione, si arrivò dopo passaggi di proprietà clamorosi – The Washington Post Company, la casa madre, vendette il settimanale per un dollaro più i debiti -, fusioni spettacolari – quella con The Daily Beast della funambolica direttrice Tina Brown – e continue perdite.

Dopo un altro passaggio di proprietà, a quello che stava per divenire il Newsweek Media Group, e la separazione da The Daily Beast, il 7 marzo 2014 la rivista tornò in edicola cartacea, senza però ritrovare l’antico successo, anche se la qualità del prodotto restava alta.

Poco trasparente, sempre discussa e ora indagata la proprietà. Anche Etienne Uzac, che nel 2006 fondò l’International Business Times, co-fondatore e presidente del Newsweek Media Group, s’è appena dimesso, insieme alla moglie Marion Kim, direttrice finanziaria, per i legami con la Olivet.

Uzac, un economista, e Davis, un ingegnere informatico, hanno accumulato milioni di debiti, dopo avere acquistato la rivista ed averla voluta rilanciare cartacea: solo al fisco Usa, devono due milioni di dollari. Già in passato le loro pratiche aziendali e redazionali erano parse ‘disinvolte’: l’International Business Times vanta edizioni locali in otto Stati, fra cui fino al giugno 2017 l’Italia, ma un’inchiesta di BuzzFeed News rivelò che l’edizione australiana era scritai nelle Filippine e che la sede di Sidney era vuota.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+