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Russiagate - indictement - Mueller
October 30, 2017 - (File Photo) - Special Counsel Robert Mueller's criminal investigation into alleged Russian meddling in the 2016 presidential election, includes Donald Trump's former presidential campaign manager, Paul Manafort, who has been charged on 12 counts, including conspiring to defraud the US in his dealings with Ukraine. PICTURED: June 21, 2017 Washington, D.C., U.S. - Former FBI Director ROBERT MUELLER (front), the special counsel probing Russian interference in the 2016 U.S. election, leaves the Capitol building after meeting with the Senate Judiciary Committee on Capitol Hill. (Credit Image: © Ting Shen/Xinhua via ZUMA Wire)

Robert Mueller gioca al gatto col topo con Donald Trump. Il procuratore speciale del Russiagate non mira per ora al bersaglio grosso, ma gli fa tutt’intorno terra bruciata: mette sotto accusa i suoi uomini, smonta la tesi difensiva che le ingerenze russe siano tutte fandonie. Un grand giurì federale ha ieri incriminato 13 cittadini russi e tre entità russe, nel quadro delle indagini sulle interferenze di Mosca nelle elezioni 2016, quando Trump battè Hillary Clinton alla conta dei Grandi Elettori. I russi “hanno coscientemente e intenzionalmente cospirato” per “interferire con i processi politici ed elettorali americani”, a favore di Trump e contro Hillary, si legge nelle 37 pagine del documento.

La notizia, subito data al presidente, scuote la borsa, che inverte la tendenza e finisce in rosso.

Nessuno dei russi incriminati è al momento nelle mani delle autorità. Ma agli arresti, nell’inchiesta, sono già finiti l’ex capo della campagna di Trump Paul Manafort e il suo braccio destro Rick Gates; e sotto accusa ci sono pure l’ex consigliere per la sicurezza nazionale, il generale Michael Flynn, e suo figlio Michael jr, oltre ad altre figure minori. Il figlio del presidente Donald jr ha già dovuto fornire chiarimenti su un incontro sospetto con un’avvocatessa russa alla Trump Tower.

Sta passando l’idea che alla Casa Bianca possa essere finito ‘the Manchurian candidate’, l’uomo – magari a sua insaputa – del Cremlino. Due giorni or sono, il direttore dell’intelligence Dan Coats diceva che Cina e Russia vogliono espandere, in modo sempre più aggressivo, la loro influenza; e che il Cremlino mesta nei voti altrui. E gli Stati Uniti hanno appena accusato la Russia di essere all’origine della diffusione di ‘virus del riscatto’ in Ucraina e ovunque nel Mondo nei mesi scorsi.

Fra le entità sotto accusa, c’è la Internet Research Agency, organizzazione con cui i 13 incriminati – nessuno è un nome noto – hanno lavorato o avuto contatti: l’Ira è una sorta di trolll factory, che dava notizie false e propagandistiche sull’allora candidato Donald Trump, usando Facebook, Twitter e altre piattaforme di social media e manipolando “individui ignari” della campagna presidenziale.

Il lavorio dei russi sarebbe iniziato fin dal 2014. Il 10 febbraio 2016, a primarie appena iniziate, l’Ira cominciò a definire le linee guida della propria azione, in primo luogo “usare ogni opportunità per criticare Hillary Clinton e tutti gli altri (tranne Sanders e Trump, li appoggiamo)”. L’intelligence sospetta che tattiche analoghe siano state e siano utilizzate in altre elezioni in altri Paesi e di nuovo negli Usa in vista delle elezioni di midterm del 6 novembre.

Prima di quel voto, è opinione diffusa a Washington, la politica non si muoverà sul Russiagate, perché i democratici, in minoranza sia alla Camera che al Senato, non intendono giocare la carta dell’impeachment del presidente, sapendo in partenza che non la spunteranno. Se però le elezioni dovessero cambiare i rapporti di forza nel Congresso, allora il cerchio intorno a Trump comincerebbe a stringersi.

Ne è pure convinto Michael Wolff, l’autore del controverso, ma vendutissimo ‘Fuoco e Furia. Dentro la Casa Bianca di Donald Trump’, un libro che sfrutta le acri rivelazioni di Steven Bannon, guru della campagna ed ex consigliere speciale della Casa Bianca, ‘licenziato’ in estate e da allora divenuto una spina nel fianco dell’Amministrazione.

Per Wolff, che non è affidabile, ma che è informato, se a novembre cambierà la maggioranza, “saliremo sicuramente sul treno dell’impeachment”. Mueller, però, faticherà a provare la collusione di Trump nel Russiagate: “Bisogna dimostrare intenzionalità ed è sempre difficile, ancora di più quando le persone sono così stupide”. Ma il procuratore punterà sull’ostruzione alla giustizia: Mueller “farà un rapporto al Congresso devastante” e darà “un gancio forte” all’impeachment. Va a finire che il licenziamento del capo dell’Fbi James Comey,  he voleva indagare sul Russiagate, condurrà al licenziamento del presidente.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+