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SuperBowl - football
February 4, 2018 - Minneapolis, CA - Super Bowl Eagles wins 41-33 over Patriots..Philadelphia Eagles tight end Zach Ertz (86) scores at U.S. Bank Stadium on Sunday, Feb. 4, 2018 in Minneapolis, CA (Credit Image: © Paul Kuroda via ZUMA Wire)

Quando lo sport si mescola alla politica, le passioni spesso s’incrociano. Davanti ad oltre 50 milioni di spettatori, le Eagles, le Aquile, di Filadelfia sovvertono i pronostici del SuperBowl, la finalissima del campionato di football americano, e battono i super-favoriti New England Patriots. Ci sono tutti gli ingredienti del pathos sportivo e politico – e pure dello spettacolo e dell’economia, con lo show nell’intervallo e gli spot milionari -.

Le Aquile volano in vantaggio, vengono raggiunte e superate, azzeccano la meta vincente a due minuti dal termine; Nick Foles, il quarterback di riserva, che gioca solo per l’infortunio del titolare, è il migliore in campo; Tom Brady, il quarterback dei Patriots, l’atleta più celebrato d’America, amico personale del presidente Trump, perde la palla decisiva; Justin Timberlake emoziona e irrita, con un ologramma di Prince che fa discutere.

E se Filadelfia festeggia – è la prima vittoria in questa competizione, in 52 edizioni, mentre Boston, coi suoi Patriots, vanta sei successi -, a Washington c’è chi rosica: in teoria, la vittoria delle Eagles, gli ‘underdogs’, sui Patriots, che sono l’establishment del football americano, sarebbe una parabola del successo, nelle presidenziali 2016, di Trump l’outsider su Hillary, la favoritissima veterana. Ma la sconfitta di Brady è una ferita per il presidente, che segue il match nel suo club di golf in Florida, dopo un’esibizione privata d’un gruppo di cheerleaders universitarie.

Sulla partita s’innesta una grana già vissuta nell’ultimo anno per tutti i campionati, football, basket, baseball: alcuni giocatori della squadra scudettata fanno sapere che non andranno alla Casa Bianca, se il presidente li invita, come vuole una recente tradizione (furono proprio i Patriots i primi a creare un caso).

I rapporti tra Trump e i giocatori della Nfl, la Lega del football, si sono fatti ancora più tesi, dopo che il magnate ha invitato le squadre a licenziare o a sospendere gli atleti che, in segno di protesta, s’inginocchiano, invece di stare in piedi, durante l’inno nazionale prima di ogni match. Sfidando il presidente, sempre più giocatori, anche di altri sport, decidono di inginocchiarsi. E su questo punto pure Brady critica Trump.

Il risultato del SuperBowl non ha nulla a che vedere con l’andamento delle Borse, che, nel giorno dell’insediamento alla guida della Federal Reserve di Jerome Powell, scelto da Trump, vanno giù, confermando l’andamento debole dell’ultima settimana: il timore di rialzi dei tassi di interesse pesa di più delle lusinghe dell’economia in crescita e della riforma del fisco in arrivo. La Casa Bianca ammette di essere “preoccupata”, anche se dichiara “fiducia” nei valori economici.

Il presidente, che la sera del discorso sullo stato dell’Unione s’atteggiava a unificatore, porta avanti a 360° le sue guerre: contro l’Fbi, di cui esalta il principale accusatore, il deputato repubblicano Kevin Nunes, “un eroe americano”, e contro gli sviluppi del Russiagate – “tutta una montatura” -; contro i democratici, che tengono duro sulla riforma dell’immigrazione e non gli concedono i soldi per il muro al confine con il Messico; contro la Corea del Nord, nei cui confronti si preparerebbe un attacco appena chiusa la tregua olimpica. La Camera sta discutendo se rendere pubblico un appunto di minoranza, democratico, della Commissione Intelligence, che difende l’operato dell’Fbi.

Crea allarme e fa discutere la revisione della strategia nucleare Usa, appena compiuta,. Il New York Times parla di “corsa agli armamenti”, sia pure sui generis. Trump vuole rispondere all’efficienza con cui la Russia ammoderna l’arsenale atomico, pur restando nei limiti dei trattati. E il Pentagono basa la nuova strategia non sul numero degli ordigni, ma sulla loro duttilità e manovrabilità – il che aumenta la tentazione di utilizzarli, essendone l’impatto ridotto -.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+