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Russiagate - Trump - Fbi
NEW YORK - AUGUST 24: Trump Tower skyscraper at 5th Avenue and 56th Street on August 24, 2013 in New York City. (Photo by Waring Abbott/Getty Images)

Non corre proprio buon sangue, tra Donald Trump e l’ Fbi. “Una vergogna: un sacco di persone dovrebbero avere onta di se stesse”, è sbottato il magante presidente con i cronisti, annunciando loro di avere declassificato un memo segreto uscito dalla commissione intelligence della Camera.

Il documento accusa i g-men del Federal bureau, figure mitiche dell’immaginario collettivo Usa – protagonisti di decine di film e serie tv -, di avere compiuto abusi nelle indagini sul Russiagate e d’avere usato un loro informatore per fabbricare un dossier imbarazzante per Trump.

Con questa mossa, il presidente spera di azzoppare il procuratore speciale Robert Mueller, che conduce l’inchiesta sul Russiagate e il cui lavoro poggia in larga misura su materiale raccolto dall’ Fbi.

Dopo avere cacciato a maggio James Comey, il direttore dell’ Fbi, nominato da Barack Obama, ma capace di servire sotto diverse Amministrazioni, ed avere accettato pochi giorni fa le dimissioni del vice Andrew McCabe, con cui aveva conti in sospeso, Trump si toglie ora altri sassolini dalle scarpe. Ma la mossa suscita un putiferio a Washington: non è affatto chiaro dove si vada a parare. I democratici accusano l’Amministrazione di minare la sicurezza dell’Unione e di “fare un favore” ai russi: se dovesse saltare Mueller, si aprirebbe – annunciano – una “crisi istituzionale”.

Il memo di cui Trump autorizza la pubblicazione da parte della commissione della Camera, che l’ha prodotto, sarebbe “senza omissis”, secondo la Cnn. Si pensava, invece, di coprire parti che possano compromettere la sicurezza nazionale, come temono il Dipartimento della Giustizia e la stessa Fbi.

Il memo è stato approvato solo dalla maggioranza repubblicana della commissione della Camera. La tesi della Casa Bianca, presa per buona da Devin Nunes, presidente della Commissione, è che l’Fbi e pure il Dipartimento alla Giustizia, retto da Jeff Sessions, in disgrazia presso Trump, hanno politicizzato e orientato le indagini. Sessione s’espone, difendendo il suo vice Rod Rosenstein.

Il presidente sembra avere già svestito i panni del grande unificatore, indossati giusto il tempo del discorso sullo stato dell’Unione pronunciato martedì davanti al Congresso in plenaria, ed avere ripreso le sue vesti di capo di una fazione in lotta contro tutte le altre. Dando l’ok all’uscita del memo, Trump ha ignorato i pareri contrari espressi da molti suoi consiglieri. Con Nunes, invece, sembra essersi stabilito un buon feeling: il deputato della California, che definisce i suoi colleghi repubblicani “lemming pronti per il suicidio”, ha interpretato il ruolo di presidente della Commissione in modo molto partigiano.

Numerosi osservatori collegano il tentativo di ostacolare e di delegittimare Muller con il fatto che il cerchio del Russiagate si stringe intorno al presidente, che sarà presto sentito, al team della campagna elettorale e alla sua famiglia. Tre legali di un personaggio già formalmente incriminate, Rick Gates, hanno lasciato il loro incarico: può significare che Gates intende collaborare, il che rischia d’imbarazzare ulteriormente Trump.

Politico pubblica le confidenze di due avvocati, che hanno chiesto di restare anonimi, i cui clienti sono coinvolti dal Russiagate: i legali sono convinti che il presidente finirà con l’essere incriminato per ostruzione della giustizia nel giro di due o tre mesi.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+