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Il “Non me lo posso permettere, quindi ti dico di no” sembra essere diventato il ritornello del calcio mercato italiano. Questo è quello che i presidenti dei vai grandi club italiani, citando una canzone di Caparezza, sono costretti a rispondere alle richieste di “grandi nomi” da parte dei tifosi.

Neanche la Juve, nonostante vanti uno dei fatturati più alti del nostro paese, è in grado di far fronte a spese del genere. Basta ascoltare le dichiarazioni di Marotta, in merito a un possibile acquisto di Cristiano Ronaldo, per farsi un’idea.

I club italiani non possono permetterselo. Sono troppo “poveri”.

Forse “poveri” non è la parola giusta; nonostante l’Italia sia nella parte bassa della classifica in quanto a spese calcistiche in Europa (secondo lo studio annuale di FIFA), questo non significa che tali spese siano basse. Nell’ultima sessione (2017) la serie A ha infatti speso “solamente” 1.037,73 milioni di euro (cifra record per il nostro campionato), inoltre nella top 20 delle squadre più spendaccione del mondo possiamo vantare ben 3 club (http://www.transfermarkt.it/statistik/einnahmenausgaben).

I tifosi comunque rimangono delusi e amareggiati. Anche per questa stagione non vedranno la grande stella, il divo, indossare i colori della loro squadra del cuore.  Ma viene da chiedersi quanto questo sia un male. La corsa al grande nome, al fenomeno ha infatti conseguenze serie non solo sull’economia calcistica, con l’impennarsi dei prezzi dei campioni al punto da renderne difficoltoso l’acquisto, ma anche sullo spirito stesso del gioco. Il calciatore-immagine ha infatti di molto sminuito il gioco di squadra che era, e che vorremmo tornasse ad essere, il cuore di questo sport.

La parola del re

Di questo fenomeno ha parlato anche il re del calcio brasiliano, Pelé, commentando i trasferimenti costosissimi che hanno coinvolto Neymar e Coutinho nelle ultime due sessioni di mercato, con i 222 milioni spesi dal PSG per il primo e i 160 investiti dal Barcellona per il secondo:

“Non dobbiamo pensare al mercato e ai trasferimenti record, altrimenti non avremo successo. Dobbiamo sempre pensare al concetto di squadra.”

Continua poi parlando dei mondiali:

“Quando il Brasile vinse le Coppe del Mondo, non fu solo Pelé a vincerle, ma l’intera squadra. Una nazionale composta soltanto da grandissime individualità non vincerà mai la Coppa del Mondo.”

Queste sono le parole di un nostalgico, di un calciatore d’un’altra era. Quanto è condiviso questo sentimento tra i tifosi di oggi? Quanti credono veramente che il gioco di squadra sia più importante dei grandi nomi?  Quanti non vorrebbero avere a disposizione le grandi cifre dei club degli sceicchi?

La verità è che il calcio di oggi è molto cambiato rispetto a quello dei tempi di Pelé. La squadra con più soldi, che può permettersi il meglio del mercato sarà sempre avvantaggiata. Quelle che “non se lo possono permettere” invece, per rimanere competitive, continueranno a tenere alto il vessillo di un calcio più vecchio stile.

Il Grillo Parlante

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