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Francesco - nucleare - Nagasaki

Papa Francesco ha “davvero paura” d’una guerra atomica: “Sì, ho davvero paura –dice ai giornalisti sull’aereo che lo porta in visita in Cile e Perù-… Siamo al limite…. Basta un incidente per innescare il conflitto. Di questo passo. la situazione rischia di precipitare. Quindi, bisogna distruggere le armi, adoperarci per il disarmo nucleare“.

Il Papa che aveva già dichiarato aperta la Terza Guerra Mondiale “a pezzi”, con i focolai di guerra in Medio Oriente e in Africa, in Estremo Oriente e in Asia sud-occidentale, teme che le esibizioni missilistico-muscolari sul fronte coreano e i rialzi di tensione su quello iraniano possano innescare, magari per errore, un conflitto.

E’ un monito sentito, non recitato. Prima della partenza, fa distribuire ai 70 giornalisti al suo seguito una foto scattata a Nagasaki poco dopo l’esplosione della seconda bomba atomica Usa, il 9 agosto 1945: dietro l’immagine, una nota di suo pugno, “Frutto della guerra”.

“L’ho trovata per caso”, ha poi spiegato il pontefice ai cronisti: è un bambino che porta sulle spalle il fratellino morto e che aspetta il suo turno davanti al crematorio, mordendosi le labbra a sangue per il dolore e la tensione. A scattarla, fu un fotografo americano, Joseph Roger O’Donnell. Francesco racconta: “Mi ha commosso, quando l’ho vista. Ho pensato di farla stampare e condividerla con voi, perché un’immagine del genere emoziona più di mille parole”.

Le parole e il gesto del Papa trasmettono un’inquietante sensazione: Francesco sa più di quel che tutti sanno? Dall’altra parte dell’Atlantico, l’uomo che tiene a fare sapere di avere “il più grosso bottone nucleare”, il presidente Usa Donald Trump, si limita a commenti generici: “Vedremo che accadrà con la Corea del Nord… Molte cose possono succedere”. Il Pentagono dice di “sperare nella diplomazia”, ma di “essere pronto alla guerra”: parole di circostanza, dopo che il falso allarme di domenica alle Hawaii ha dato una misura della fragilità della situazione.

Negli Usa, il lunedì è festivo – è il Martin Luther King Day -: Trump lo trascorre in Florida, mentre le due Coree tornano a vedersi e fanno ulteriori progressi sulla ‘tregua olimpica’: Pyongyang manderà ai Giochi un’orchestra di 140 elementi e c’è l’ipotesi di allestire una squadra di hockey femminile ‘pancoreana’.

Le preoccupazioni del Papa riflettono un contesto internazionale reso ulteriormente instabile e insicuro dall’imprevedibilità di alcuni dei protagonisti – in primo luogo, il presidente Trump – e dove i progressi tecnologici indeboliscono la dissuasione nucleare e accrescono le tentazioni d’uso d’ordigni atomici a impatto limitato. La diplomazia, poi, pare immemore delle lezioni del passato, al punto che tornano minacciosi sull’orizzonte europeo gli ‘euromissili’ – banditi dal 1987 -. All’Onu, il Trattato che proibisce in toto le armi nucleari è su un binario morto: 122 Paesi l’hanno già approvato – Vaticano in primis -, ma nessuna delle nove potenze nucleari e nessuno dei Paesi loro alleati.

Più che sulle paure di Francesco, l’America s’interroga, in queste ore, sui fantasmi del razzismo, che le parole del presidente evocano. Mitt Romney, candidato repubblicano alla Casa Bianca 2012 e capofila della fronda a Trump fra i repubblicani, le giudica “incoerenti con la nostra storia e antitetiche ai nostri valori”. Romney avrebbe deciso di correre a novembre per un seggio al Senato, preparandosi a scendere in campo nel 2020 contendendo al magnate la nomination repubblicana.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+