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trump - Iran - accordo

La batosta viene dell’Alabama, dove il democratico Doug Jones ha battuto il candidato repubblicano Roy Moore alle elezioni per il Senato avvenute lo scorso 13 Dicembre. Dopo le accuse di molestie a Moore ad opera di otto donne, che gli hanno valso la sconfitta, Trump prende le distanze dal candidato. “Non sarebbe
stato in grado di vincere le elezioni, avevo ragione”, twitta.

Ma lo schiaffo brucia pure sulla guancia del Presidente degli Stati Uniti, che perde uno stato dove, nel 2016, aveva ottenuto il 60% di preferenze. La vittoria di Jones riduce la maggioranza al Senato a 51 voti contro 49. Un vantaggio che non assicura ai repubblicani i voti per far passare molte delle loro riforme.

I democratici festeggiano la vittoria attendendo fiduciosi le elezioni di medio termine, che si terranno il 6 novembre 2018 e vedranno il rinnovamento della totalità della Camera dei Rappresentanti e di circa un terzo del Senato. Ma i repubblicani restano sul piede di guerra.

Il Washington Post riporta che la Casa Bianca ha in serbo una campagna “a tutto gas” per rappresentare Trump. Funzionari di alto livello indicano che gli aiutanti politici del presidente hanno già incontrato oltre 100 candidati e che Trump ha intenzione di essere coinvolto in prima persona nelle gare del Senato, della Camera e dei Governatori.

“Per il presidente, non si tratta di adulazione e folla esultante”, ha dichiarato in un’intervista il direttore politico della Casa Bianca Bill Stepien. “Si tratta di far eleggere e rieleggere i repubblicani”.

Le elezioni di medio termine non riguarderanno direttamente il presidente USA, ma vista l’importanza capillare che assumeranno nella previsione delle scelte politiche del successivo biennio all’insegna di Trump, riavere i consensi perduti in questo primo biennio risulta fondamentale.

L’ipotesi, non più così improbabile, che l’anno prossimo i democratici possano ottenere altri 24 seggi nella Camera e 2 o 3 seggi al Senato (riscontrabili in Tennesee, Nevada e Arizona) sarebbe per Trump politicamente fatale. La sua agenda rischierebbe l’arresto. Senza contare un eventuale infittirsi dei controlli finanziari e richieste legislative di trasparenza. Queste, anche se eventualmente bloccate dal veto, terrebbero Trump sotto costante controllo politico e personale.

Eppure la squadra di Trump minimizza le preoccupazioni sulla popolarità. “Per dire che il presidente ha una posizione politica traballante, direi che i sondaggisti, gli esperti, i sapientoni non hanno mai capito come interrogarlo”, ha aggiunto Stepien. “Basta guardare i sondaggi pubblici: abbiamo i nostri numeri, di cui mi
fido.”

Va da sé che risulta del tutto imprevedibile se il 2018 di Trump verrà sopraffatto da una crisi internazionale o sarà in grado di dimostrare un buon senso finora non sfruttato. C’è però speranza che l’anno che verrà possa vedere una modifica delle politiche del Presidente USA, che sia volontaria o influenzata da fattori esterni.

L’Illuminista

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