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Onu - Usa - Gerusalemme
UNITED NATIONS, Dec. 21, 2017 Photo taken on Dec. 21, 2017 shows the voting of a United Nations General Assembly resolution on the status of Jerusalem during a rare emergency special session at the UN headquarters in New York. The General Assembly on Thursday adopted a resolution on the status of Jerusalem that will make U.S. President Donald Trump's decision to recognize Jerusalem as the Israeli capital have no legal effect. (Credit Image: © Wang Ying/Xinhua via ZUMA Wire)

“Non dimenticheremo”, dice Trump in tono minaccioso. E, in effetti, gli Stati Uniti faranno fatica a dimenticare lo schiaffo ricevuto ieri dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite: passa a larghissima maggioranza la risoluzione che condanna il riconoscimento, da parte dell’Amministrazione americana, di Gerusalemme come capitale di Israele e il trasferimento dell’ambasciata degli Usa da Tel Aviv nella Città Santa ai tre monoteismi. La condanna era stata bloccata nel Consiglio di Sicurezza dell’ Onu solo dal veto apposto dalla rappresentante permanente americana Nikki Haley.

Il documento, presentato da Yemen e Turchia, ottiene128 voti a favore, – se ne aspettavano 150, ma qualche diplomazia s’è lasciata impressionare dalle minacce di Trump di bloccare gli aiuti-, 9 contro e 35 astenuti. Una ventina di Paesi non rispondono all’appello: all’ Onu sono in tutto 193. Per contare gli amici, al magnate presidente bastano ed avanzano le dita delle sue piccole mani. Per segnarsi i nemici, gli serviranno molte pagine della sua agenda 2018.

Fra i dieci Paesi più aiutati dagli Stati Uniti, solo uno, Israele, vota contro la risoluzione. Il Kenya dà forfait. Gli altri votano tutti a favore: Afghanistan, Egitto, Iraq, Giordania, Pakistan, Nigeria, Tanzania ed Etiopia. Nemici a parte, la sfida a Trump è corale da parte di amici e financo vassalli.

La mossa di Trump, gratuita e non necessaria, di incendiare il Medio Oriente e tutto il Mondo islamico trasferendo l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme ottiene il doppio effetto d’avvicinare nemici musulmani di vecchia data, come ad esempio Arabia saudita ed Iran, ora dalla stessa parte della barricata pro-palestinesi, e di stimolare la coesione dell’Unione europea, spesso divisa sul Medio Oriente. A favore della risoluzione, votano 26 dei 28, tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Spagna, i cinque grandi.

Un altro corollario del teorema ‘trumpiano’ è che, senza colpo ferire, Russia e Cina vedono crescere la loro influenza nella Regione: il presidente russo Vladimir Putin può permettersi di ‘portare a casa’ le truppe dalla Siria, avendo già centrato i suoi obiettivi.

Nell’illustrare all’ Onu la risoluzione, yemeniti e turchi esprimono “rammarico” per la decisione statunitense che “minaccia la pace e la sicurezza internazionali”. Israele invece minimizza il significato del voto, che “finirà nel secchio della spazzatura della storia”: si può, infatti, prevedere che il documento resti lettera morta, come già molti altri delle Nazioni Unite, specie sul Medio Oriente – proprio Israele ne ignora il maggior numero -. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza sarebbe stata vincolante; una dell’Assemblea generale non lo è.

Il testo sottoposto all’Assemblea generale è praticamente la fotocopia di quello presentato dall’Egitto e bloccato dal veto della Haley in Consiglio di Sicurezza. Si chiede che tutti gli Stati rispettino le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza (ben 10 dal 1967), secondo cui lo statuto finale di Gerusalemme può essere deciso solo nell’ambito di negoziati diretti tra israeliani e palestinesi. Ogni altra decisione – si sostiene – deve quindi essere considerata non valida. Subito dopo il voto, Israele ne ha respinto le indicazioni, mentre i palestinesi esultavano.

La Santa Sede rilancia uno statuto speciale per Gerusalemme ‘città aperta’, mentre Papa Francesco invoca “dialogo e pace” per una città “simbolo di convivenza”.

La posizione italiana è stata espressa dal ministri degli Esteri Angelino Alfano, a una conferenza per gli 800 anni di presenza francescana in Terra Santa: “Gerusalemme – ha detto – è una missione comune fra ebrei, musulmani, cristiani. Ed è una missione lo status quo dei Luoghi Santi radicata nelle coscienza di chi la abita e di chi la governa e che dovrà rimanere tale quale che sarà lo statuto politico definitivo della città”.

“L’Italia è convinta che l’unica via per decidere sia il negoziato tra le parti e non la violenza … nell’ambito di un processo di pace basato sulla soluzione di due Stati”. Con il voto all’ Onu, l’Italia non mette in discussione “i vincoli di fratellanza con gli Stati Uniti, né i legami di profonda amicizia con lo Stato ebraico”. Né intende avallare o giustificare atti violenti o incitamenti all’odio.

 

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+