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Usa - Trump - tasse
December 20, 2017 - Washington, District of Columbia, United States of America - United States President Donald J. Trump speaks on the South Lawn of the White House surrounded by United States Vice President Mike Pence and Republican members of Congress after the United States Congress passed the Republican sponsored tax reform bill, the 'Tax Cuts and Jobs Act' in Washington, D.C. on December 20th, 2017. Credit: Alex Edelman / CNP (Credit Image: © Alex Edelman/CNP via ZUMA Wire)

E’ il regalo di Natale di Trump sotto l’albero delle famiglie americane. Forse non proprio di tutte, magari soprattutto di quelle che guadagnano già bene. Ma il presidente assicura che lui ci perde: “ Con la riforma – fa dire -, pagherà più tasse ” – chi gli fa i conti in tasca, calcola invece che ne trarrà benefici per 22 milioni di dollari -. Trump twitta gongolante: “Le riduzioni di imposta sono così grandi e significative che le fake news stanno facendo gli straordinari e tendono a sminuirle … Questo è un caso in cui i risultati parleranno da soli, molto presto. Lavoro, lavoro, lavoro!”.

A fronte di tanto successo, Trump liquida in modo spiccio le altre beghe di queste ore: Nikki Haley, l’ambasciatrice all’Onu, fa bene a minacciare di ritorsioni i Paesi che in Assemblea generale voteranno contro la decisione degli Usa di trasferire a Gerusalemme l’ambasciata in Israele; e, quanto al Russiagate, è “una cospirazione”, dice suo figlio  Donald jr, inquisito.

Quella definitivamente approvata ieri dal Congresso – ammettono l’opposizione e i grandi media tutti anti-Trump – è la maggiore riforma fiscale nel giro d’una generazione. Il voto ha osservato il crinale partitico: nessun democratico è stato favorevole. Al Senato, dove il senatore John McCain, malato, era assente, ci sono stati 51 sì e 48 no.

Il percorso del provvedimento al Congresso è stato sorprendentemente rapido: nata dalle ceneri d’un fallimento, la mancata cancellazione della riforma sanitaria di Obama, l’Obamacare, la riforma delle tasse – scrive il New York Times – “ha guizzato in Congresso a ritmo vertiginoso”. “Oggi, restituiamo agli americani i loro soldi”, è il commento dello speaker della Camera Paul Ryan, ‘trumpiano’ riluttante: “Ecco l’esempio di una promessa fatta e mantenuta”.

A indurre i repubblicani a varare la riforma, è stata la convinzione che gli elettori li premieranno nelle elezioni di midterm del novembre 2018, dopo averne misurato l’effetto sulle loro tasche, nonostante le critiche e diffidenze suscitate dal provvedimento.

Il presidente Trump, al suo primo (e finora unico) vero successo legislativo, ritrova la sua baldanza: definisce il varo della riforma una “vittoria storica per gli americani”; se la prende con i media che non l’esaltano a sufficienza; e si congratula con il più volte vituperato senatore Mitch McConnell, leader della maggioranza al Senato. “Non avrei potuto chiedere un partner migliore o più talentuoso – dice dell’uomo che voleva cacciare, quando l’abrogazione dell’Obamacare fallì -. Il nostro team otterrà molte altre vittorie”.

Scontato che la riforma arrivi sulla scrivania del presidente nello Studio Ovale, per la firma, prima di Natale, come Trump aveva promesso.

Per l’opposizione democratica, la riforma è “plutarchica”: “un conto presentato alla classe media”, perché le riduzioni delle aliquote avvantaggeranno soprattutto le grandi aziende e i tagli delle spese peseranno sui lavoratori. “E’ una pura e semplice rapina della classe media”, dice Nancy Pelosi, capogruppo dei democratici alla Camera. Durante il voto, manifestanti dalle tribune sopra l’aula scandivano: “Kill the bill, don’t kill us” (“Affossa la misura, non uccidere noi”).

La riforma si applicherà dal 2018, sia per le aziende che per i privati, e ridurrà le tasse federali, ma anche il gettito fiscale, per un valore stimato a 1500 miliardi di dollari nel prossimo decennio. Trump, però, calcola che la riforma acceleri la crescita dell’economia statunitense oltre l’attuale 3%, generando, quindi, nuove entrate fiscali. La riduzione delle tasse è permanente per le aziende, mentre per le famiglie durerà solo fino al 2025. Il Tax Policy Center stima che l’aumento del potere d’acquisto delle famiglie diminuirà progressivamente negli anni, fino ad annullarsi nel 2027. E Robert Samuelson, in un editoriale del Washington Post, sintetizza così la riforma: “Il governo prende in prestito 1.500 miliardi in dieci anni e li usa subito per tagliare le tasse. Fa la carità con l’obiettivo di comprare voti”. E la riforma allarma pure l’Ue, che la giudica “discriminatoria”.

Il testo include anche l’annullamento delle sanzioni per chi non ha un’assicurazione sanitaria – un’ulteriore erosione dell’Obamacare – e la concessione di terre protette in Alaska all’estrazione petrolifera.

Il contenzioso sulle tasse del presidente si basa sull’ultimo confronto possibile, quello con la sua dichiarazione dei redditi 2005, visto che le successive non sono state rese note (e non lo saranno, viene ora ribadito). I Trump trarrebbero giovamento dai benefici concessi alle attività immobiliari commerciali, da cui ricavano i maggiori redditi, e dal raddoppio dell’esenzione sulla tassa di proprietà.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+