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Gerusalemme - Trump - terrorismo
December 15, 2017 - Gaza, Palestine - Thousands of Palestinians protested again against US President Donald Trump's decision to recognise the Jerusalem city as the capital of Israel, in Salah al-Din Street north of Gaza City, on December 15, 2017. (Credit Image: © Ramez Habboub/Pacific Press via ZUMA Wire)

La nemesi del terrorismo sulla New York del magnate showman Donald Trump divenuto presidente degli Stati Uniti: avrebbe agito per vendicare Gerusalemme il terrorista fai-da-te, Akayed Ullah, 27 anni, bengalese, che lunedì 11 dicembre s’è fatto esplodere addosso un ordigno artigianale, nel terminal di autobus della Port Authority, uno dei più affollati di New York, vicino a Times Square. Un botto, poca cosa: oltre all’attentatore, solo tre persone sono rimaste lievemente ferite.

Non è chiaro, in realtà, che cosa Ullah volesse vendicare: le bombe sul suo Paese, ha detto (ma il Bangladesh non ha mai subito bombardamenti americani); o la repressione israeliana delle proteste palestinesi; o la decisione di Trump di trasferire l’ambasciata degli Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, Città Santa di tutti i monoteismi. Anche l’affiliazione del bengalese al sedicente Stato islamico, l’Isis, che non ne ha rivendicato il goffo gesto, è incerta.

E Trump, oltre alle critiche degli alleati europei e dei partner mediorientali – con l’eccezione d’Israele – per la decisione su Gerusalemme, subisce lo smacco politico della vittoria democratica nelle suppletive in Alabama, una roccaforte repubblicana: il seggio di Jeff Sessions, divenuto segretario alla Giustizia, va a Doug Jones. Il presidente perde due volte: il suo candidato era stato sconfitto nelle primarie dal candidato di Steve Bannon Roy Moore; ma Trump aveva comunque sostenuto Moore, nonostante la pioggia di accuse di molestie sessuali.

New York, un obiettivo internazionale – L’attacco, e l’allarme che ne è seguito, ha di nuovo fatto piombare New York nel clima di allerta anti-terrorismo che aveva vissuto il 31 ottobre, quando l’autista killer di Halloween, un emigrato uzbeko, aveva travolto decine di persone (otto i morti) lungo una pista ciclabile sull’Hudson, sempre a Manhattan.

Per l’ennesima volta, a colpire negli Usa è un immigrato ormai radicato nel Paese d’accoglienza, la cui ‘rabbia’ ha origini e percorsi incerti, dove s’intrecciano vicende personali, frequentazioni online e passaparola familiari, etnici, religiosi.

Il sindaco Bill de Blasio ha subito riconosciuto la matrice terroristica dell’episodio. Il governatore Andy Cuomo ha ricordato che New York è “un obiettivo internazionale”. La Casa Bianca ha reagito solo sei ore più tardi: “Il presidente vuole distruggere le ideologie del male”, ha detto la portavoce Sarah Sanders.

In realtà, la decisione di Trump su Gerusalemme le alimenta. Una recrudescenza del terrorismo, già paventata per il ‘ritorno a casa’ dei foreign fighters, dopo la rotta dell’Isis tra Iraq e Siria, pare probabile, in America, ma anche e soprattutto in Europa. Le autorità statunitensi hanno informato gli americani in viaggio in Europa a Natale del rischio di attentati. Altro che viatico alla pace, come presenta la sua decisione il magnate presidente: un innesco di violenza in una Regione già tormentata e martoriata … di qui in avanti collage di post già pubblicati … Il prossimo bombarolo newyorchese potrebbe essere meno sprovveduto. La violenza non è mai la risposta giusta; ma provocarla scientemente non lo è neppure.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+