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Terrorismo: New York, Ullah e quei kamikaze istruiti sul web

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 13/12/2017

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Eccone un altro che ha imparato sul web integralismo e terrorismo: altro che ‘cattivi maestri’ o ‘imam deviati’. Akayed Ullah, il bengalese ieri incriminato per l’attentato di lunedì a Manhattan, non ne aveva bisogno: guardava su internet i siti di propaganda dell’Isis. E avrebbe pure giurato fedeltà al sedicente Stato islamico, l’Isis.

Se il movente dell’attacco resta fluido – una vendetta contro i raid degli Usa in Siria sui miliziani dell’Isis, o per la repressione delle proteste a Gaza per Gerusalemme -, le autorità statunitensi hanno comunque avvertito gli americani in viaggio in Europa a Natale del rischio di attentati.

La circostanza dell’indottrinamento sul web di Ullah, accertata dagli inquirenti, rilancia le accuse agli untori online, cui Google, Facebook e tutti gli altri ‘signori della rete’ lasciano spazio e liceità d’azione. Le polemiche si ravvivano proprio nel giorno in cui Facebook fa un gesto di distensione verso i governi di tutto il Mondo: decide di pagare le tasse là dove opera.

L’aspirante kamikaze, 27 anni, è stato formalmente accusato dell’azione alla Port Authority: deve rispondere di terrorismo e possesso d’arma illegale, in attesa di eventuali capi d’imputazione federali. L’ordigno che aveva addosso è esploso in un corridoio della metro, ferendolo seriamente (ma non in modo letale). Gli altri tre feriti non destano preoccupazioni.

Ullah non era nel ‘radar’ della polizia o dell’Fbi prima di decidere di entrare in azione. E non aveva neppure mai destato l’interesse della polizia bengalese. Su Facebook, però, l’attentatore ‘fai-da-te’, che s’era fatto l’ordigno al lavoro, aveva postato: “Trump hai fallito nel proteggere il tuo Paese”. E sul passaporto aveva scritto: “O America, muori nella tua collera”.

Ullah giunse negli Usa dal Bangladesh nel 2011, utilizzando un visto per una particolare categoria di parenti di cittadini americani. Di lui, nato e cresciuto a Dacca, non risultano, nel suo Paese, contatti con organizzazioni fondamentaliste islamiche locali.

I parenti di Ullah residenti negli Stati Uniti vengono interrogati dagli agenti federali. E un cugino dell’attentatore, Emdad, è stato convocato dalla polizia bengalese, cui ha raccontato che la famiglia di Ullah “ha visitato il Bangladesh due volte dal 2011, recandosi anche a Sandwip”, l’isola da dove venivano i genitori. Il padre, morto due anni or sono a New York e lì sepolto, era stato proprietario di un negozio di alimentari a Hazaribagh Thana, una delle città più inquinate del Bangladesh perché sede di molte concerie.

Mentre le indagini fanno il loro corso e la vita a New York scorre come se nulla fosse successo, Trump rilancia la richiesta di pena di morte per i terroristi – leggi statali e federali la prevedono: Timothy McVeigh, il reduce autore della strage di Oklahoma City il 19 aprile 1995, fu giustiziato l’11 giugno 2001 in un carcere federale – e torna a sollecitare il Congresso a riformare le leggi sull’immigrazione “per proteggere il popolo americano”.

Dopo essersela presa a inizio novembre con la ‘lotteria delle carte verdi’, che aveva permesso l’ingresso negli Stati Uniti del terrorista di Halloween – un uzbeko che fece otto morti e 14 feriti lungo una pista ciclabile sull’Hudson a Manhattan -, il presidente vuole ora “correggere il sistema che consente a troppe persone pericolose e inadeguatamente valutate di entrare nel nostro Paese”.

Si tratta di mettere fine alla “catena migratoria”, che consente ad un immigrato di sbarcare negli Usa sfruttando legami di parentela piuttosto lassi, come avvenne nel caso dell’attentatore bengalese. Trump dice: “Ci sono stati due attacchi a New York nelle ultime settimane effettuati da stranieri qui con la carta verde. Il primo assalitore è arrivato con la lotteria e il secondo con la catena migratoria. Metteremo fine ad entrambe. Velocemente”.

All’Onu, intanto, alcuni Paesi arabo hanno preparato una bozza di condanna della mossa di Trump su Gerusalemme: un testo che incontra resistenze, anche da parte di chi non condivide la decisione. I Paesi proponenti vogliono comunque arrivare a un voto in Consiglio di Sicurezza, per potere presentare il loro documento, dopo lo scontato rigetto, all’Assemblea generale.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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