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Terrorismo - New York - Ullah - Cuomo - de Blasio
December 11, 2017 - New York, NY, USA - New York State Governor Andrew Cuomo (center) speaks at the news conference near the scene where suspected terrorist Akied Ullah, 27, detonated a pipe bomb in a subway passage between Times Square and Port Authority Bus Terminal on 42nd Street between 7th and 8th Avenue in Manhattan on Monday, December 11, 2017. (Credit Image: © Anthony Delmundo/TNS via ZUMA Wire)

Akayed Ullah, l’aspirante kamikaze di 27 anni che, ieri, a New York, s’è fatto esplodere addosso, con effetti per fortuna modesti, un ordigno artigianale, finisce nella casella dei bombaroli ‘fai-da-te’ del terrorismo internazionale di matrice jihadista. Per l’ennesima volta, a colpire negli Stati Uniti è un immigrato ormai radicato nel Paese d’accoglienza, la cui ‘rabbia’ ha origini e percorsi incerti, dove s’intrecciano vicende personali, frequentazioni online e passaparola familiari, etnici, religiosi.

Ullah, secondo le prime ricostruzioni, è un ex tassista – la sua licenza sarebbe scaduta – originario del Bangladesh, che vive a Brooklyn e che fino a ieri lavorava in un’azienda elettrica. L’ordigno lo avrebbe costruito proprio sul lavoro: il che costituisceuna novità nell’aneddotica degli attentatori negli Usa. Il fatto che Ullah sia stato l’autista di uno degli iconici ‘yellow cab’ di New York indurrà, d’ora in poi, milioni di newyorchesi, ma soprattutto di turisti, a guardare con sospetto l’uomo al volante che, al di là del vetro divisorio, spesso biascica un inglese incomprensibile.

La storia del bengalese ha qualcosa in comune con ciascuno dei protagonisti del terrore americano degli ultimi anni, a cominciare da Faisal Shahzad, il pakistano di trent’anni naturalizzato, che il 1° maggio 2010 parcheggiò un furgone carico d’esplosivo a Times Square – ma il botto non avvenne -.  La galleria comprende i fratelli ceceni Tsarnaev, responsabili della strage alla maratona di Boston (15 aprile 2013, due esplosioni vicino all’arrivo, tre morti, oltre 250 feriti); la coppia del massacro di San Bernardino, in California, Syed Rizwan Farook e Tashfeen Malik, marito e moglie, lui pakistano d’origine, nato negli Usa, lei pakistana d’origine, saudita di formazione (2 dicembre 2015, 14 morti, oltre ai due attentatori, e 24 feriti); il killer omofobo di Orlando in Florida, Omar Seddique Mateen, afghano d’origine, nato negli Usa (11/12 giugno 2016, 49 vittime, quasi 60 feriti nella discoteca per omosessuali Pulse); e l’autista assassino di Halloween, sempre a New York, Sayfullo Habibullaevic Saipov, uzbeko di 29 anni, emigrato negli Usa nel 2010, lui forse partecipe d’un giro di uzbeki radicalizzati (31 ottobre 2017, otto morti e una quindicina di feriti).

Saipov, come ora Ullah, è stato preso vivo: un punto a favore degli inquirenti. Nessun terrorista americano recente rientra, però, in una delle categorie di jihadisti assassini che, invece, ricorrono nelle cronache europee: immigrati di seconda generazione, radicalizzatisi nelle banlieus di Parigi o nei sobborghi di Bruxelles, spesso ‘specializzatisi’ in carcere, talora addestratisi sul terreno e capaci di dotarsi di armi e di esplosivi e di maneggiarli e pure di costituire cellule; oppure immigrati più recenti, come i tunisini della Promenade des Anglais di Nizza e del mercatino di Natale di Berlino, che agiscono da ‘lupi solitari’, o magari da ‘cani sciolti’, con una preparazione militare sommaria, ma che possono godere d’una rete di complicità.

Finora non hanno colpito, almeno in Europa, i ‘foreign fighters di ritorno’, gli sconfitti del sedicente Stato islamico: loro, se tornano a casa a colpire, lo fanno qui da noi, o nei loro Paesi d’origine – come è già accaduto in Tunisia e probabilmente in Egitto -.

Resta da vedere se Ullah è l’ultimo – per ora – epigono di una striscia di attentati jihadisti apertasi in Occidente con la strage di Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015, o se è il primo a colpire nella scia d’odio e violenza alimentata dalla decisione del presidente Trump di trasferire l’ambasciata Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme: una decisione che prelude a una recrudescenza del terrorismo, aveva avvertito proprio ieri mattina Federica Mogherini, parlando a nome dell’Europa al premier israeliano Netanyahu.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+