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New York - Port Authority - terrorismo
December 11, 2017 - New York, New York, U.S. - NYPD ESU/SRG officers respond to an Explosion at the Port Authority on 42nd Street and 8th Ave in Manhattan. (Credit Image: © Anthony Delmundo/TNS via ZUMA Wire)

Avrebbe agito per vendetta, contro la repressione israeliana delle manifestazioni palestinesi a Gaza e nei Territori, l’attentatore bengalese che ha ieri cercato di fare deflagrare l’ordigno che indossava – una cintura esplosiva artigianale – in uno dei più affollati terminal di autobus di New York, quello della Port Authority: lo scoppio è stato però parziale e ha fortunatamente fatto pochi danni.

Il terrorista ‘fai-da-te’, Akayed Ullah, 27 anni, originario del Bangladesh, ma da tempo residente negli Stati Uniti, è l’unico ferito grave: è stato bloccato a terra, soccorso, arrestato, trasportato all’Ospedale Bellevue. Altre tre persone hanno subito lievi lesioni. Non è chiaro, al momento, se l’ordigno non abbia funzionato a pieno, o se sia stato azionato in modo maldestro; oppure, se avesse effettivamente un potenziale ridotto.

Immagini televisive mostrano l’esplosione, avvenuta in uno dei corridoi della metro che conducono al terminal di autobus: mancava poco alle 08.00, era l’ora in cui centinaia di migliaia di pendolari raggiungono New York dal New Jersey. Al terminal della Porth Authority, vicino a Times Square, tra la 42° Strada e l’Ottava Avenue di Manhattan, passano, nei giorni feriali, 250 mila persone: ci sono stati momenti di calca, un fuggi fuggi, ma il panico è stato contenuto.

La polizia ha chiuso alcune strade e tre linee della metropolitana, il traffico nel West Side è rimasto paralizzato, fin quando non è stato chiaro che l’incidente era esaurito e che l’attentatore non aveva complici. Si può ritenere l’attentato ‘abortito’, come lo era stato quello del 16 settembre sulla metropolitana di Londra, lungo la District Line, vicino alla fermata di Parsons Green, nel quartiere di Fulham – lì, il responsabile, un ragazzo di 18 anni, s’era allontanato indenne, ma era poi stato arrestato -.

L’attacco, e l’allarme che ne è seguito, ha di nuovo fatto piombare New York nel clima di allerta anti-terrorismo che aveva vissuto il 31 ottobre, quando l’autista killer di Halloween, un emigrato uzbeko, aveva travolto e ucciso 14 persone lungo una pista ciclabile sull’Hudson, a ovest di Manhattan. Il sindaco Bill de Blasio ha subito riconosciuto la matrice terroristica dell’episodio. Ed il governatore Andy Cuomo ha ricordato che New York è “un obiettivo internazionale”.

Invece, il presidente Trump, all’ora dell’attacco, stava mandando tweet polemici contro il New York Times, che ne ha svelato sue abitudini ‘private’. Solo sei ore più tardi la Casa Bianca ha reagito all’esplosione: “Il presidente vuole distruggere le ideologie del male”, ha detto la portavoce Sarah Sanders.

Confuse e contraddittorie le motivazioni addotte da Ullah, la cui affiliazione al sedicente Stato islamico, l’Isis, resta da accertare – e deve ancora giungere una rivendicazione del suo gesto -. Secondo fonti di stampa Usa, l’uomo avrebbe prima detto all’Fbi di avere “agito per vendetta”, perché “hanno bombardato il mio Paese ed io volevo fare del male qui”. Ma il Bangladesh è alleato degli Stati Uniti nella guerra al terrorismo e non ha mai subito bombardamenti di sorta. Poi, Ullah avrebbe fatto riferimento alla repressione israeliana delle proteste palestinesi a Gaza e nei Territori, dopo la decisione del presidente Trump di trasferire da Tel Aviv a Gerusalemme l’ambasciata degli Usa in Israele.

Se questo dovesse confermarsi il vero movente, quello di ieri a New York sarebbe il primo attacco in Occidente legato alla decisione di Trump, il cui potenziale di innesco del terrorismo jihadista è stato denunciato da più parti. Altro che viatico alla pace, come pretende il magnate presidente.

L’ex taxista, che fino a ieri lavorava in un’azienda elettrica, avrebbe costruito il suo tubo esplosivo “sul lavoro. L’attentatore, che ha utilizzato del velcro e delle zip per fissare l’ordigno alla vita, ha riportato nello scoppio bruciature e lacerazioni alle mani e all’addome. L’uomo non aveva precedenti penali in Bangladesh, dove era stato per l’ultima volta l’8 settembre.

Il fatto che Ullah sia stato l’autista di uno degli iconici ‘yellow cab’ di New York indurrà, d’ora in poi, milioni di newyorchesi, ma soprattutto di turisti, a guardare con sospetto l’uomo al volante che, al di là del vetro divisorio, spesso biascica un inglese incomprensibile.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+