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Office - party - molestie

Ci sono usanze dell’America che uno pensa esistano solo nei film, perché a casa sua non le ha mai sperimentate: il ragazzo che passa in bici di buon mattino lanciando il giornale sul prato davanti all’abitazione (e il vicino di casa che esce in vestaglia per raccoglierlo); il tizio che trovi in aereo e che, per attaccare discorso, ti chiede quanto guadagni e ti racconta quanto guadagna lui; o il bimbo che, imbacuccato da Polo Nord, ti scampanella a ogni spruzzata di neve per spalare il marciapiede (che tu hai il dovere di tenere pulito) in cambio di qualche dollaro.

Invece, quelle scenette sono nei film Usa perché lì sono vita vissuta. Qualche volta, l’America ci esporta le sue abitudini: San Valentino, Halloween, il Black Friday, sono divenuti ‘cosa (anche) nostra’. Ma ce n’è almeno una che rischia di morire laggiù prima di radicarsi quaggiù: il party di Natale in ufficio. Un po’ lo facciamo pure noi, risalendo a ritroso dalla ‘Befana delle aziende’. Ma là sono cose importanti, che si preparano con impegno e cui ci si presta con entusiasmo un po’ caricato: quello che ci vuole per indossare senza imbarazzo di fronte a colleghi che non sempre sono amici un cappello floscio da Babbo Natale.

Quest’anno, però, nel clima del ‘dopo – Harvey Weinstein’, con il movimento anti-molestie #MeToo in copertina di Time come ‘persona dell’anno’, diverse aziende hanno tirato i freni, giudicando troppo alto il rischio di contenziosi ‘post-festa’. Così, o hanno semplicemente cancellato l’ ‘ office party ’, o hanno drasticamente ‘razionato’ gli alcolici e diffuso ‘manuali di sopravvivenza’ per contenere il pericolo di denunce per avance indesiderate, sia pure nell’euforia delle celebrazioni e sotto l’effetto di un prosecco di troppo.

Il giornale più attento alle aziende, il Wall Street Journal, ne riferisce con dovizia di particolari, mentre la lista di notizie nella serie ‘molestie’ non cessa di allungarsi e sfiora oggi il presidente Trump, rimastone misteriosamente fuori dopo che una buona fetta di campagna elettorale era stata segnata dalle sue bravate maschiliste (non solo verbali).

Il repentino tramonto dell’ ‘ office party ’ – Non immaginatevi che il punto di partenza siano festini lascivi alla ‘tuca tuca’, perché, anche prima di Weinstein, nell’America puritana le libertà che il ragionier Fantozzi e i suoi colleghi si prendevano con la signorina Silvani sarebbero state giudicate eccessive.

Però, l’alcol spesso disinibisce: nei dormitori universitari e nelle festicciole aziendali. E se il cinema ci racconta stuoli di impiegati/e che si risvegliano il giorno dopo con un’emicrania insostenibile (o che si svegliano nel letto d’un semi-sconosciuto, dove non si ricordano come sono finiti/e), qualcosa di vero sotto c’è: dalla pacca sulla spalla della tradizione yankee si passa alla pacca altrove e, bicchiere dopo bicchiere, si varcano i limiti, che non si sa bene dove siano.

In un memo ai suoi 2.600 pubblicitari, ‘Divertimento stupido contro divertimento responsabile’ – come slogan, si poteva fare meglio -, la Fcb Worldwide ha stilato un decalogo di comportamenti ammessi e proibiti. Tra quelli ‘off limits’, postare foto di ‘Stupid Fun’ sui social media: una pratica che rischia d’innescare controversie personali e provvedimenti aziendali. Quel che l’Fbc vuole evitare: da “l’ufficio del personale ha ricevuto una lamentela” a “tolleranza zero”, fino a “licenziato per giusta causa”, è il nuovo lessico degli approcci in ufficio.

“Sui posti di lavoro americani”, Jay Starkman, un capo del personale, dice al Wall Street Journal, “sono cambiate le regole di ingaggio”. Starkman, anni fa, ebbe una grana perché, all’ ‘ office party ’ aveva abbracciato qualche donna, ma non tutte le presenti: “Adesso so che non devo abbracciarne nessuna, e nessuno, punto e basta”.

Vox Media, il cui direttore editoriale Lockhart Steele è stato licenziato per molestie sessuali, limita l’accesso al bar, finora ‘open’, a un paio di bicchieri a dipendente. Una società farmaceutica, di cui il WSJ non fa il nome, chiede al personale di considerare la sera del party dell’ufficio una giornata di lavoro normale e incarica l’ufficio del personale di impedire ogni comportamento inopportuno.

Se questo è il clima, l’ ‘ office party ’ potrebbero spegnersi prima di conquistare l’Europa. A dirla tutta, poco male, rinunciare al rito del bacio alla collega sotto il vischio e delle barzellette audaci.

“Trump tentò di baciarmi”, ex anchor Fox denuncia – L’ultima rivelazione nella serie #MeToo è di Juliet Huddy, ex presentatrice della Fox News: “Donald Trump tentò di baciarmi sulla labbra, in un ascensore della Trump Tower”, racconta la donna, una delle accusatrici di Bill O’Reilly, popolare anchorman, e amico di Trump, ormai travolto dallo scandalo.

L’episodio risalirebbe al 2005, ma Juliet lo racconta ora perché – dice – “l’atmosfera è cambiata”: “Allora non mi sentii offesa. Oggi direi ‘No’, mentre allora mi scusai”. Su Trump erano venute fuori cose ben peggiori, e più recenti, in campagna elettorale. Ma poi le accusatrici tacquero.

Il presidente fa campagna per Roy Moore, candidato repubblicano al Senato in Alabama, anch’egli accusato di molestie sessuali. Intanto Trent Franks, deputato repubblicano dell’Arizona, abbandona seggio, pur negando ogni contatto sessuale con i suoi collaboratori.

E se il direttore emerito della Metropolitan Opera di New York, James Levine, vede cadere, perché penalmente irrilevanti, le accuse di pedofilia nei suoi confronti, l’attore Dustin Hoffman è chiamato in causa per molestie da una seconda attrice – episodi del 1983, in un teatro di Broadway -.

Ma la novità principale, in questo filone, sono tre donne che accusano Mohamed al-Fayed, il padre di Dodi, morto con Lady Diana nel tunnel dell’Alma a Parigi il 31 agosto 1997. Le ex dipendenti contestano, al proprietario dai magazzini Harrods di Londra, dell’Hotel Ritz a Parigi e del Fulham, esplicite richieste di favori sessuali – avvenute 25 anni fa -.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+