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Brexit - May - Juncker
BRUSSELS, Dec. 4, 2017 British Prime Minister Theresa May (L) and European Commission President Jean-Claude Juncker attend a press conference after their meeting on Brexit at EU headquarters in Brussels, Belgium, on Dec. 4, 2017. Despite continuous efforts and growing common grounds of Britain and the European Union, it was not possible to reach a complete agreement Monday, said Jean-Claude Juncker in a hastily arranged press conference with visiting British Prime Minister Theresa May. (Credit Image: © Ye Pingfan/Xinhua via ZUMA Wire)

500 giorni, più o meno, sono passati dal referendum con cui i cittadini britannici decisero di lasciare l’Ue, scegliendo la Brexit. E 500 giorni, più o meno, mancano al giorno in cui la Brexit sarà legge in Gran Bretagna: il 29 marzo 2019, data fissata dal governo di Theresa May, che rischia di risultare uno dei premier più sprovveduti nella storia del Regno Unito – dopo l’autogol delle elezioni, ora pure la data della Brexit fissata a capocchia -.

Siamo, dunque, a metà strada. Ma, in realtà, i negoziati tra i 27 e la May non sono affatto a metà strada: il tempo da dimezzato, ma il percorso è ancora tutto da fare (o quasi). Finora, le trattative non hanno prodotto punti fermi su nessuno dei primi punti chiave affrontati: la cifra che Londra deve ancora versare a Bruxelles, nel rispetto di impegni già presi; lo statuto dei cittadini dei Paesi dell’Ue in Gran Bretagna (e viceversa); la situazione alla frontiera tra l’Ulster e l’Eire, l’unica frontiera terrestre tra il Regno Unito e l’Ue.

C’era attesa per l’incontro di ieri, a Bruxelles, tra la May e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. E, sulle prime, i riscontri sono parsi positivi, anche se nessuno poteva illudersi che un colloquio bastasse a sbloccare la situazione, dopo mesi di negoziati nel frullatore. I tempi, però, stringono: la verifica del Vertice europeo di metà dicembre è vicina.

Ma, poi, è arrivata la doccia fredda, perché la May s’è accorta che, se l’Ulster otteneva una sorta ‘d’eccezione europea’, come se la frontiera con l’Eire non esistesse per le merci e le persone, analoghe richieste le sarebbero venute da Scozia e Galles, mentre Londra, contraria alla Brexit, chiede uno statuto speciale. E i suoi alleati di governo nord-irlandesi del Dup sono stati rigidissimi: niente mercato unico con l’Eire o salta la maggioranza.

In serata, il premier irlandese Leo Varadkar ha espresso “sorpresa” e “disappunto”, perché la May non può garantire l’intesa concordata la mattina sulla frontiera tre l’Eire e l’Ulster, che prevedeva l’assenza di fatto di controlli – cioè lo ‘statu quo’ rispetto a oggi -. Andando incontro alle priorità degli irlandesi, l’accordo sbloccava le trattative, al cui prosieguo Dublino potrebbe ora opporsi.

Juncker si dice “pronto a riprendere i negoziati con il Regno Unito nel corso della settimana”. E Donald Tusk, il presidente del Vertice europeo, pensa che un’intesa di qui al 15 dicembre sia “ancora possibile”.

Per Juncker, ci sono “due o tre questioni aperte” – i soldi, le persone, il confine – che richiedono “ulteriori consultazioni e ulteriori negoziati”. Il presidente dell’Esecutivo evita di mettere alle corde la May e dice: “Questo non è un fallimento, ma è l’inizio dell’ultimissimo round” della prima fase delle trattative; e le divergenze si stanno “riducendo”.

La Gran Bretagna è in fibrillazione, mentre la vita nell’Ue scorre come se nulla fosse con l’elezione del ministro delle Finanze portoghese Mario Centeno alla presidenza dell’Eurogruppo: da gennaio, prenderà il posto dell’olandese Jeroen Dijsselbloem.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+