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Libia - Serraj - Mattis
November 30, 2017 - Washington, District of Columbia, U.S. - Secretary of Defense JAMES MATTIS hosts an enhanced honor cordon for Libya's Prime Minister FAYEZ SERRAJ at the Pentagon in Washington, D.C. (Credit Image: © USAF/DOD via ZUMA Wire/ZUMAPRESS.com)

Dei tanti tasselli del puzzle mediorientale, il più difficile da mettere a posto è quello che più riguarda l’Italia, per i flussi dei migranti e per gli interessi economici e energetici: la Libia. C’è un’accelerazione nella ricerca d’un compromesso fra le fazioni libiche: i negoziati, ieri, sono pure passati per Roma, dopo che, venerdì, il capo del governo riconosciuto dalla comunità internazionale Fayez al Serraj aveva incontrato, a Washington, il presidente Trump.

Mentre sulla Libia si discute, per la Siria si delinea un piano di pace a impronta russa cui sta lavorando il Congresso della Nazione siriana, riunito a Sochi. E per l’intera regione ci sarebbe pure un piano americano, approntato dal consigliere della Casa Bianca, il ‘primo genero’ Jared Kushner, pare all’insaputa del segretario di Stato Rex Tillerson: un piano pensato per soddisfare le velleità anti–Iran d’Arabia Saudita e Israele.

Che Riad e Gerusalemme si sentano spalleggiati lo dimostra il raid compiuto ieri da aerei israeliani contro una “base militare iraniana in costruzione nei pressi della capitale siriana Damasco”: secondo fonti siriane, il bombardamento è partito dallo spazio aereo libanese e ha preso di mira installazioni presso la cittadina di al Kiswa, non lontano da Damasco. Le difese contraeree siriane hanno reagito.

In Libia, in poco più di due mesi, la mediazione intrapresa dal nuovo rappresentante dell’Onu, Ghassan Salameh, libanese, ha conosciuto sviluppi importanti, ma di difficile lettura. Sintetizza Roberto Aliboni, forse il migliore analista libico italiano: “Salameh ha rapidamente messo in pratica il primo ciclo del piano d’azione presentato all’Assemblea generale dell’Onu nel settembre scorso”.

La Camera dei Deputati di Tobruk (uscita delle elezioni del 2014) e il Governo di Tripoli (frutto dell’accordo firmato a Skhirat nel dicembre 2015) hanno nominato ciascuno una loro commissione per decidere come governare il Paese durante la transizione che dovrebbe portare alla soluzione della crisi.

Le commissioni hanno lavorato dal 25 settembre al 21 ottobre producendo un testo che non ha però raccolto il consenso necessario. Salameh ha allora provato a ricavarne una bozza di compromesso, che, a sorpresa, piace a Tobruck, cioè al generale Heftar, più che a Tripoli, cioè ad al-Serraj, che pure è una creatura dell’Onu.

Per Salameh, che l’ha ieri ripetuto a Roma, “ci sono le condizioni per tenere le elezioni in Libia entro il 2018″: la registrazione degli elettori dovrebbe già iniziare questo mese “Spero d’incontrare presto il generale Haftar – dice il mediatore – per fargli sapere che stiamo preparando il terreno perché si voti nel 2018”. “Le elezioni – sostiene Salameh – non vanno usate per mettere una toppa su un problema: servono quando risolvono un problema, non quando sono l’inizio di un problema”. Due le condizioni preliminari: “Che ci siano le garanzie di sicurezza necessarie e che i vari attori siano disposti ad accettarne i risultati”.

Tobruck, che sente il vento del consenso nelle vele, è pronta a farlo. Tripoli, che avverte delusione della gente per l’operato del governo, non troppo. E se Salameh parla di elezioni, al-Serraj chiede agli Usa via libera all’acquisizione di armi ed equipaggiamenti militari, con una parziale rimozione dell’embargo Onu, almeno per quanto riguarda la guardia presidenziale e la guardia costiera – reparti che Heftar non controlla -.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+