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Dec. 1, 2017 - Washington District of Columbia, U.S. - Former U.S. National Security Adviser MICHAEL FLYNN (R) leaves the federal court following his plea hearing in Washington D.C. Former U.S. National Security Adviser Michael Flynn on Friday pleaded guilty to lying to the Federal Bureau of Investigation regarding his improper contacts with Russia. (Credit Image: © Ting Shen/Xinhua via ZUMA Wire)

L’inchiesta sul Russiagate del procuratore speciale Robert Mueller continua a scorrere come un fiume carsico: resta sottotraccia per settimane e poi erompe d’improvviso all’aperto, trascinando ogni volta via un pezzo del cerchio ristretto del presidente Donald Trump. Stavolta, a riconoscere le proprie responsabilità e ad accettare di collaborare con la giustizia è il generale Michael Flynn, il più breve consigliere per la sicurezza nazionale nella storia degli Stati Uniti, insediatosi il 20 gennaio e dimessosi già a febbraio proprio perché protagonista dell’intreccio di contatti tra la campagna di Trump ed emissari del Cremlino.

“Le mie azioni sono state sbagliate, assumo tutte le mie responsabilità”, dice Flynn, ammettendo d’avere reso falsa testimonianza mentendo sui suoi incontri con l’ambasciatore russo Serguiei Kislyak, figura chiave di tutto il Russiagate. Nell’udienza, fissata per un patteggiamento, Flynn coinvolge il presidente: “Mi disse di contattare i russi”. Per concedere all’ex generale un trattamento di favore, del resto, Mueller non si accontenta che ammetta quello che lui già sa, ma vuole qualcosa in più.

A carico di Flynn e del figlio Michael jr, Mueller ha raccolto prove pesanti: non solo l’ex generale avrebbe mentito alla giustizia e al vice-presidente Mike Pence sui contatti con emissari russi, ma, insieme al figlio, avrebbero anche concordato con il regime turco del presidente Erdogan l’estradizione ‘a pagamento’ di Fethullah Gulen, accusato da Ankara di avere ordito il presunto colpo di stato del luglio 2016.

Per tutta la campagna, Flynn era stato il consigliere di Trump più influente sul fronte della Difesa e degli Esteri, ostile all’accordo nucleare con l’Iran e favorevole a una relazione privilegiata con Putin e la Russia. Appena il Russiagate l’aveva compromesso, il presidente l’aveva subito mollato, non prima, però, di avere sollecitato l’allora direttore dell’Fbi, James Comey, ad “andarci leggero”, fino a destituire il funzionario che non teneva conto delle sue pressioni.

Mueller ha già ottenuto l’arresto e il rinvio a giudizio di Paul Manafort, l’ex capo della campagna, e del suo socio Rick Gates, accusati anche di tradimento per avere abusivamente fatto lobbying per l’Ucraina filorussa del presidente Janucovych. Anche un collaboratore volontario della campagna di Trump, George Papadopoulos, riconobbe di avere mentito all’Fbi sui suoi contatti con esponenti russi e accettò di collaborare con gli inquirenti.

Di fronte a tutti questi sviluppi, Trump e la Casa Bianca abbozzano e ostentano sicurezza: “Non ci toccano”. Ma i prossimi obiettivi di Mueller potrebbero essere il figlio del presidente, Donald Jr, e il genero Jared Kushner: entrambi hanno ammesso incontri sospetti con personalità russe, anche alla Trump Tower.

Il Russiagate continua a creare imbarazzi alle relazioni Usa-Russia e a quelle personali Trump-Putin. I presidenti si sono incontrati due volte: Trump, ogni volta, ha chiesto a Putin se aveva cercato d’influire sul voto americano; e Putin gliel’ha negato. “A me basta: io gli credo”, ha commentato Trump, attirandosi, in entrambi i casi, l’ironia dei media.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+