CONDIVIDI
moschea - Sinai - Isis
November 24, 2017 - Bir Al-Abd, Egypt - (Graphic Content) Muslim worshipers stand next to dead bodies in the al-Rawdah mosque after it came under attack by militants in Bir al-Abd, 40 km from the North Sinai provincial capital of el-Arish, Egypt. Egyptian state media reports that more than 100 people died in a bombing and subsequent shooting at the mosque. (Best Quality Available) (Credit Image: © DPA via ZUMA Press)

C’è l’Iran dietro la strage nella moschea asufi di Al Rawda, villaggio sulla strada che dal capoluogo del Sinai settentrionale Al Arish porta a Bir Al-Abd – l’attentato di venerdì ha ucciso un quarto della popolazione maschile -. La fonte dell’affermazione è sospetta, o almeno di parte: Arik Agassi, capo delle relazioni esterne di The Israel Project, sostiene sul magazine The Tower che il sedicente Stato islamico, l‘Isis o quel che ne resta, va crescendo nel Sinai con l’aiuto dell’Iran tramite Hamas. Il triangolo Iran-Hamas-Isis sta innescando “violenza e instabilità in Egitto, a Gaza e, presto, forse in Israele”; che, se poi aggiungiamo al triangolo Hezbollah e ne facciamo un quadrilatero, sarebbe attaccato a nord e a sud.

La tesi può essere inquinata da pregiudizi: The Israel Project e’ un’organizzazione non governativa che opera da decenni negli Usa e in Israele e che offre punti di vista israeliani conservatori a politici e giornalisti, militari ed analisti, uomini d’affari e di studi. Ma ha pure un suo fondamento oggettivo nell’antico adagio “i nemici del mio nemico sono miei amici”: il che renderebbe gli iraniani, sciiti, pronti a foraggiare un movimento oltranzista sunnita contro l’autoritario generale presidente al-Sisi, che manda i suoi a combattere i loro nello Yemen, insieme ai nemicissimi sauditi ed emiratini.

D’altro canto, ci voleva poco ad immaginare che proprio il Sinai fosse uno dei potenziali ‘santuari’ dove miliziani dell’Isis in rotta da Iraq e Siria – quelli che non possono ‘mimetizzarsi’ tra la gente dei loro paesi – cercassero un rifugio, per continuare a colpire nell’attesa di provare a riorganizzarsi. Il Sinai è un territorio non controllato a pieno dal regime di al-Sisi, nato dal colpo di stato del 2013: il presidente Morsi, democraticamente eletto l’anno prima, leader della Fratellanza musulmana, venne rovesciato, nell’indifferenza connivente dell’Occidente. La Fratellanza, tenuta sotto controllo ai tempi di Mubarak, è ora brutalmente repressa da al-Sisi.

Anche Agassi si rende conto, ovviamente, dell’apparente paradosso dell’Iran sciita che foraggi terroristi sunniti, per di più dopo averli combattuti in Iraq e Siria e cacciati dalle loro capitali, Mosul e Raqqa, e dai territori controllati. E scrive: “Molti danno per acquisito che Isis e Iran siano nemici mortali, ma non è sempre così. Almeno in un’area del Medio Oriente, l’Iran è divenuto un cruciale, per quanto indiretto, sponsor del suo presunto nemico”.

Mentre i nostri occhi sono puntati sul terrorismo dell’Isis in Europa, che potrebbe essere rinfocolato dal ‘ritorno a casa’ dei foreign fighters, o in America, dove non ha finora colpito in modo strutturato – si sono solo manifestati ‘lupi solitari’ -, “la filiale del gruppo che opera in Sinai è diventata una delle più potenti, pericolose ed efficienti nella Regione”; e il principale responsabile di tutto ciò, secondo Agassi, “è l’Iran, tramite il gruppo terrorista palestinese Hamas”.

L’asse Iran-Hamas-Isis sarebbe, dunque, un elemento “della strategia di Teheran di utilizzare ‘forze di prossimità’, presenti sul territorio, contro alleati degli Usa come l’Egitto e Israele, nel quadro d’una più ampia strategia per conquistare l’egemonia nel Medio Oriente”. Il che condurrebbe a uno “dei meglio custoditi segreti della Regione: un meccanismo di intensa cooperazione fra Iran, Hamas e Isis, basato su denaro, armi, addestramento ed equipaggiamento militari”. Tutto, o quasi, passa dalla porosa, ma stretta e relativamente facile da controllare, frontiera tra Gaza e l’Egitto.

Il tutto muove da una tesi di fondo – le mire di egemonia dell’Iran nella regione – e si basa su casi, dettagliati, ma anche datati, di intercettazioni di traffici tra Hamas e i clandestini del Sinai. E’ pure vero che armi ed esplosivi, agli integralisti che fanno cadere aerei in volo, attaccano moschee e tengono regolarmente sotto scacco le forze regolari egiziane, da qualche parte devono pure arrivare.

Le idee di Agassi hanno un’eco importante alla Casa Bianca, dove Jared Kushner, uomo d’affari ebreo, genero di Trump e consigliere per il Medio Oriente, è l’artefice della strategia d’isolamento dell’Iran, appoggiando politicamente e foraggiando militarmente – come se ve ne fosse bisogno – Arabia Saudita e Israele. Una scelta rischiosa, che rischia di far esplodere nella Regione un conflitto senza precedenti tra Teheran e Riad.

Una specificità dell’attacco di venerdì, che esula dall’analisi di Agassi, è che la strage era mirata contro i ‘sufi’, che praticano una forma d’Islam mistica, considerata eretica dai sunniti integralisti e radicata intorno a Bir al-Abd: nella scelta dell’obiettivo potrebbe, cioè, essere stata prevalente una motivazione confessionale.

The following two tabs change content below.
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+