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Ema - Ue - sorteggio

I sorteggi, quando vanno bene, nessuno se li ricorda: resta solo il gusto della vittoria. Quando vanno male, ti restano sullo stomaco per una vita. Europei di calcio 1968, qui da noi: l’Italia in semifinale gioca contro l’Urss – un altro Mondo -, la partita finisce 0 a 0 e così pure i supplementari. Non ci sono i rigori: la monetina sul campo dice Italia. Che arriva così in finale, contro la Jugoslavia – proprio un altro Mondo -: ci vuole una seconda partita, dopo l’1 a 1 della prima. Ma di tutta quell’odissea si ricordano solo il gol di Riva e la splendida girata dal limite di Anastasi, per quello che resta l’unico successo azzurro in quella competizione.

Il problema, se non li si vuole perdere, è di non arrivarci ai sorteggi. E l’Italia, in tempi recenti, deve pure evitare di arrivare a tu per tu con l’Olanda, che le riesce male. Nel 2016, l’avevamo come rivale per l’assegnazione di uno dei seggi biennali nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu: il voto divenne un testa a testa in cui nessuno la spuntava; e si finì con la decisione salomonica di spartirsi il posto, un anno ciascuno (quello italiano sta finendo, quello olandese comincerà il primo gennaio 2018). Questa settimana li avevamo come rivali all’Ue per l’assegnazione della sede dell’Agenzia del farmaco europea – e Milano, al sorteggio, ha perso con Amsterdam -.

La grande Italia, geograficamente e demograficamente, in difficoltà di fronte alla piccola Olanda? L’Italia dei millenni di storia e di cultura, il popolo di poeti e navigatori, ma anche dei banchieri rinascimentali inventori della finanza moderna, in affanno di fronte all’Olanda della Compagnia delle Indie e della globalizzazione ‘anti litteram’, ma anche dei Bosch e dei Rembrandt? In realtà, non è questa la partita.

Il confronto è tra due diverse credibilità percepite e due diverse capacità programmatiche: il dossier di Milano sarà stato certamente buono e i passi di avvicinamento al voto saranno stati quelli giusti, ma il match non era Milano vs Amsterdam, era Italia vs Olanda. E lì oggi abbiamo un handicap d’affidabilità. Se neppure ci assiste lo ‘stellone’, tradizionale italica speranza, la busta ci dice male.

E’ grave? E’ uno smacco. L’Europa nei prossimi mesi non ci scapperà, perché andrà a rilento. Non che di solito corra, ma l’impasse politica tedesca condizionerà ulteriormente i processi decisionali e rallenterà ad esempio le spinte sull’immigrazione e la difesa. Ma non ci starà neppure ad aspettare, se, dopo l’ennesima estenuante infinita campagna elettorale, continueremo a bimblanare e traccheggiare: non si tratta di “alzare la voce”, come si predica e si pratica nei talk show, ma di fare le cose che si dicono.

E nessuno s’illuda che, con la Merkel a rifare il tagliando, Bruxelles si distragga su rigore e regole: i custodi ‘pro tempore’ della casa comune ci terranno a farla trovare in ordine, quando la padrona tornerà a reclamarne le chiavi.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+