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Germania - Merkel - crisi di governo
November 21, 2017 - Berlin, Germany - German Chancellor ANGELA MERKEL (CDU) during a conversation with Young Union leader Ziemiack. In its second session of the 19th legislation period the German Bundestag is going to discuss the deployment of Federal Armed Forces Bundeswehr and the onset of several committees (Credit Image: © Bernd Von Jutrczenka/DPA via ZUMA Press)

Non è un affare per l’Europa, una Germania più debole, paralizzata da una crisi di governo senza sbocchi, impaurita dallo spettro dell’instabilità politica cui non è abituata. E non c’è di che fregarsi le mani dalla soddisfazione, nella serie ‘mal comune mezzo gaudio’, perché anche Angela Merkel deve sperimentare ‘come sa di sale’ negoziare posti e programmi: le difficoltà della Merkel sono endogene alla Germania, non sono il risultato di mosse concertate dei suoi partner continentali. E chi cercasse di profittarne ora potrebbe poi trovarsi a mal partito dopo.

Che a Berlino non ci sia un governo di legislatura bell’e fatto non significa che l’Unione è di colpo diventata un Paese di Bengodi, dove ciascuno fa quello che vuole, dove il culto del rigore è abiurato e dove il rispetto delle regole diventa un optional. Se la Germania è distratta, a tenere la barra dritta ci pensano la Commissione europea e una manciata di Paesi da sempre ‘filo-tedeschi’.

“Una Merkel traballante in Germania significa un’Europa più debole” avverte il Financial Times, che di Unione ci capisce. Mentre Le Monde esplora i meandri della crisi politica tedesca “più grave del previsto”. Come prima conseguenza, l’Ue diventa un posto dove nessuno decide nulla, perché nessuno, senza la Germania, osa o ha la forza di farlo.

Anche la doppia estrazione a sorte di lunedì, costata a Milano l’Agenzia del farmaco europea – andata ad Amsterdam -, è in qualche misura una conseguenza dell’impasse tedesca: la Germania e la Merkel non sono in grado d’orientare le decisioni (e vi prestano meno attenzione). E l’esclusione, arrivata molto presto, di Francoforte dalla corsa all’Autorità bancaria europea, poi finita a Parigi, è solo segno che qualcuno s’è tolto dei sassolini dalle scarpe.

La prospettiva di nuove elezioni tedesche è seguita con molta attenzione a Bruxelles: il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha parlato lunedì con la cancelliera Merkel e fa sapere che l’Esecutivo Ue “non andrà in pausa e continuerà a portare avanti le sue proposte”, nell’attesa che a Berlino si opti per una ripresa dei negoziati a tre – cristiano-sociali, liberali e verdi –, o per un tentativo di riesumare la Grande Coalizione tra cristiano-sociali e socialdemocratici, o per il ritorno alle urne. La stampa tedesca non nasconde che la situazione può preludere al tramonto della Merkel, anche se i deputati cristiano-sociali salutano “con applausi tonanti” l’ipotesi d’una sua ennesima candidatura alla cancelleria in caso di nuove elezioni.

L’eclissi della Merkel lascia spazio ad Emmanuel Macron, che è in questo momento l’unico leader d’un grande Paese Ue con una prospettiva di governo a medio termine. Il presidente francese, però, non tenterà fughe in avanti: il voto di lunedì sull’Eba è stato un monito anche per lui, perché, sbarazzatasi di Francoforte, Parigi non ha vinto a mani basse, ma solo al sorteggio.

L’Italia in costante campagna elettorale, la Spagna con la questione catalana e la Gran Bretagna che s’impantana nei negoziati sulla Brexit – Theresa May scontenta i suoi deputati e i suoi interlocutori – non sono in condizioni di trarre vantaggio dalla panne tedesca. Dire, come fa Renzi, che Macron è ora il leader più importante nell’Ue è un’ovvietà; dire che è il momento che l’Italia alzi la voce è un’enormità, perché alzare la voce non serve a diventare credibili né autorevoli. Serve piuttosto acquisire credibilità e affidabilità, mostrare coerenza tra quel che si dice e quel che si fa.

Le difficoltà tedesche e le riserve dei Paesi dell’Est e dell’Austria rallentano i processi decisionali sulla politica migratoria e sulla riforma del Trattato di Dublino sui richiedenti asilo e condizionano progressi concreti verso la difesa europea – il Vertice europeo di metà dicembre avallerà l’avvio d’una Cooperazione permanente strutturata (Pesco) a 23 nel settore. In un contesto di fibrillazione di nuovo pre-elettorale la posizione di Berlino e della Merkel non sarà più accomodante, ma anzi più rigida, su tutti i fronti che interessano l’opinione pubblica tedesca, le regole e l’immigrazione.

Dovesse persistere, anche dopo nuove elezioni, la debolezza tedesca potrebbe divenire una zavorra nei negoziati sull’avvicendamento alla presidenza della Bce – ma Draghi scade a novembre 2019 -: la Germania è l’unico grande Paese dell’euro a non avere ancora avuto il posto e potrebbe brigare per ottenerlo.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+