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Twitter - Trump - Library
June 16, 2017 - New York, US - dpatop - People with their mobile phones at the The Donald J. Trump Presidential Twitter Library in New York, USA, 16 June 2017. The satirical exhibition in New York is housed in a building near Trump Tower in Manhattan. Photo: Christina Horsten/dpa (Credit Image: © Christina Horsten/DPA via ZUMA Press)

Per qualche giorno, quasi due settimane a dire il vero, non s’è più parlato dei tweet di Trump, che erano divenuti i testi di riferimento essenziali della politica internazionale, il perno intorno a cui ruotavano pace e guerra dal Medio all’Estremo Oriente. Per uscire alfine dall’insolito anonimato dei suoi cinguettii, che non erano cessati su Twitter, ma erano di colpo divenuti mediaticamente irrilevanti, il magnate presidente ha dovuto ‘sbagliarsi di strage’: nella notte tra martedì e mercoledì, rientrato negli Usa dopo una missione in Asia di 12 giorni, Trump, in un messaggio di cordoglio, ha confuso una sparatoria del giorno prima in California – cinque vittime, fra cui l’aggressore, nell’attacco a una scuola elementare – con una della settimana precedente in Texas – 26 vittime e decine di feriti in una chiesa battista -.

In un tweet, Trump ha scritto: “Che Dio sia con la gente di Sutherland Springs, Texas. Fbi e polizia sono arrivate” – speriamo bene!, una settimana dopo -. Il messaggio, hanno subito rilevato molti media – “sembra riferirsi alla sparatoria in chiesa avvenuta la settimana scorsa”, piuttosto che a quella da poco avvenuta nella contea di Tehama in California.

“Almeno azzecca le sparatorie di massa, Mister President. Questa era la settimana scorsa. L’ultima è in California”, ha twittato a sua volta il presentatore tv Piers Morgan. E sono partite, oltre a un assortimento di lazzi e indignazioni, accuse a Trump di utilizzare – male – il ‘copia e incolla’ per esprimere la sua vicinanza ai residenti della città sbagliata. Senza manco concedere al ‘twittatore in capo’ l’attenuante neppure troppo generica del gran numero di stragi e sparatorie negli Stati Uniti.

L’eclissi di Trump su Twitter merita, però, una riflessione che ha già fatto acutamente su Ytali Guido Moltedo, ottimo collega ed eccellente conoscitore degli Stati Uniti: la causa, o almeno una delle cause, starebbe nel fatto che, “dopo poco più d’un mese di prove”, Twitter ha raddoppiato, dal 7 novembre “il numero dei caratteri di ogni tweet, da 140 a 280”.

Il cambiamento ha irritato i concisi e rallegrato i verbosi: personalmente, per quel che conta, cioè poco o nulla, lo giudizio negativo, perché ‘tradisce’ lo spirito di sintesi di Twitter, trasformando una successione d’informazioni stringate e osservazioni mordenti in una carrellata di blablabla e di ovvietà.

Con maggiore competenza e autorevolezza, Moltedo scrive: “Per il ‘micro-blogging site’, che vanta 330 milioni al mese di utenti attivi, è un cambiamento enorme… Un passo dovuto al fatto che il limite delle 140 battute – dettato dall’uso concepito all’inizio per messaggi tipo sms – riduceva fortemente l’accesso a molti potenziali utenti, non necessariamente verbosi ma incapaci della sintesi richiesta. Un limite che non si poneva per lingue come giapponese, coreano e cinese, la cui ‘densità’ è molto maggiore delle altre e per le quali non c’è la difficoltà del ‘cramming’, cioè del dovere ‘stipare’ in poco spazio una frase, un pensiero”.

“Riforma utile?”, s’interroga Moltedo. “Sicuramente no per Donald Trump, diventato il massimo e certamente più noto dispensatore di tweet al mondo, fino al punto da averne fatto lo strumento precipuo e caratterizzante della sua comunicazione presidenziale”. Un genietto dei sondaggi e della comunicazione politica come Nate Silver ha emesso la seguente sentenza, con un suo tweet: “Twitter a 280 caratteri di Trump è totalmente illeggibile. Ha completamente neutralizzato il suo ‘Twitter game’”.

I testi più lunghi – Silver si riferisce in particolare a quelli inviati nel corso del viaggio asiatico – sembrano non scritti da lui, sono troppo ‘presidenziali’ per essere trumpiani. E non hanno quella “brutalità fulminea” che hanno reso celebre “l’attività bulimica del presidente con il suo iphone”, chiosa Moltedo. Sono noiosi. La prova? “I nuovi tweet sono molto meno letti di quelli brevi”. E, di qui, la domanda: “Insomma, alla fine dovremo essere grati a Twitter e alla sua riforma se assisteremo alla rovina del presidente dei “cinguettii’?”.

In attesa di vedere se il raddoppio della lunghezza dei tweet dimezzerà la presidenza del magnate, il che sarebbe davvero un grande risultato, constatiamo che non gli impedisce di prendere topiche. E che ha reso meno utile e divertente l’antidoto alla verbosità più efficace mai inventato. Tutti Soloni sul web, come al Bar Sport, passi. Ma almeno in breve.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+