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Catalogna - prigionieri politici

Il governo di Madrid può applicare l’art. 155 della Costituzione spagnola e prendere tutte le misure necessarie per impedire la secessione della Catalogna, incluso il ricorso ad azioni coercitive, “purché esse siano conformi alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e al diritto internazionale umanitario”. Quanto a mediazioni di Stati terzi o della stessa Ue, esse appaiono allo stato attuale “inopportune: finirebbero per riconoscere implicitamente una dimensione internazionale alla questione catalana”.

Il parere del professor Natalino Ronzitti, autorità riconosciuta nel diritto internazionale, è condiviso in larga misura a Bruxelles, dagli esperti giuridici delle Istituzioni europee. I leader politici si sono finora attenuti, dal canto loro, a un principio preciso: “La Catalogna non può invocare il diritto all’autodeterminazione per ottenere il favore della comunità internazionale”, perché la Costituzione non glielo riconosce.

Ma la giornata di giovedì, così come era già successo nella domenica del referendum, il 1° ottobre, suscita, a Bruxelles e nelle capitali dell’Ue, persino nella ‘secessionista’ Londra, che si porta dietro il fardello dell’indipendentismo scozzese, il timore che il governo spagnolo, pur nella legittimità delle proprie azioni, finisca per andare al di là della percezione, nell’opinione pubblica, del rispetto dei diritti dell’uomo e dei principi umanitari.

Era già successo, appunto, nella domenica delle violenze della polizia ai seggi, contro cittadini inermi e pacifici – centinaia i feriti -. E sta avvenendo ora, con l’incarcerazione, per reati politici, d’esponenti politici che hanno certamente violato la legge, ma non hanno compiuto atti violenti.

Se la moderazione del premier spagnolo Mariano Rajoy dopo la deriva muscolare del 1° ottobre, è stata probabilmente frutto anche della ‘moral suasion’, della persuasione morale, dei partner europei – “noi siamo con te, ma tu non esagerare” -, è facile immaginare che analoghe pressioni vengano discretamente fatte in queste ore. Con la complicazione che ad agire in prima battuta, questa volta, non sono istituzioni politiche, ma giudiziarie, più attente, in linea di massima, al dettato della legge che all’opportunismo del momento.

Certo è che di ‘prigionieri politici’, nell’Unione europea, non se ne vedevano da decenni: bisogna andare alle stagioni terroristiche di diverso tenore in Germania, Italia, Gran Bretagna, la stessa Spagna – e quelli erano prigionieri politici ‘autoproclamati’ -. Non è escluso che la fuga in Belgio del presidente catalano Carles Puigdemont volesse anche spingere la magistratura a inasprire toni e posizioni, per ravvivare agli indipendentisti simpatie locali smorzatesi e conquistarne di europee. Con il rischio, sconsiderato, di innescare una spirale di violenze, finora evitata.

Per l’Unione, la Catalogna è finora stata un contrattempo, ma potrebbe rivelarsi uno scoglio contro cui andrebbero a infrangersi le speranze di ritrovarsi a navigare, come dice Jean-Claude Juncker, “con il vento nelle vele”: la Brexit si rivela un problema soprattutto britannico, la crescita è tornata, i flussi migratori si sono momentaneamente attenuati, la gymkana delle elezioni non è andata così male, c’è un abbozzo di intesa su elementi concreti di difesa europea; ma la vicenda catalana intacca le speranze di una primavera europea nel rapporto con l’opinione pubblica.

Ci può stare che la Catalogna non abbia il diritto alla secessione; ma mandare in carcere chi persegue l’indipendenza è un passo – forse – di troppo.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+