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New York - attentato - Saipov

Il terrorista di Halloween unisce l’America, nel dolore, nella rabbia, nella reazione. Il presidente la spacca, innestando a caldo sull’attentato una polemica politica. Sayfullo Saipov, il killer uzbeko della pista ciclabile, non è pentito della sua azione, anzi ne è orgoglioso: agli inquirenti, dice che avrebbe continuato a uccidere, se il suo furgoncino non fosse andato a sbattere contro uno scuolabus.

Frasi che un po’ contrastano con i fotogrammi del killer in fuga, incerto sulla strada da prendere, indeciso a tutto e armato di adrenalina e paura più che di armi letali, una volta lasciato il mezzo assassino – dove sono stati trovati diversi coltelli -. Accanto al furgoncino, c’erano appunti in arabo scritti a mano: Saipov dichiara d’avere agito per il sedicente Stato islamico che “durerà per sempre”.

L’Isis, intanto, incassa l’eco mediatica mondiale di un attacco di cui probabilmente non sapeva nulla: il più grave a New York dall’11 Settembre 2001, 8 vittime, fra cui una turista belga di 31 anni, madre di due bambini, e cinque argentini, venuti in gruppo a festeggiare i trent’anni dalla laurea; e una dozzina di feriti. La scena del crimine è una striscia di sangue lunga circa un miglio.

L’uzbeko, 29 anni, era arrivato negli Stati Uniti nel marzo 2010, legalmente, grazie alla “lotteria delle ‘green cards’” contro cui ora s’avventa Trump: le ‘green cards’, anticamere della cittadinanza, sono molto ambite e, dal 1955, ne vengono estratte a sorte 50mila ogni anno fra i richiedenti. Ma Saipov non è arrivato terrorista in America: s’è radicalizzato in America, come i killer di Orlando e San Bernardino.

Autista di Huber – “una persona molto amichevole”, racconta un collega -, ha abitato nell’Ohio, dove s’è sposato con un’uzbeka, e in Florida ed ora viveva nel New Jersey, a Paterson: l’abitazione è stata perquisita, la moglie interrogata, nel computer c’era materiale integralista. La polizia dice: Saipov “ha pianificato l’attacco per settimane” e “ha seguito le istruzioni dell’Isis disponibili online” (e pure suggerite dalla cruenta casistica recente, dalla strage di Nizza in poi).

Il killer, colpito all’addome dall’agente eroe che l’ha intercettato, Ryan Nash, è in stato d’arresto all’ospedale di Bellevue, dov’è stato operato. Nel 2015, fu interrogato da agenti federali perché indiziato di legami con elementi jihadisti, ma nulla di concreto emerse contro di lui e non venne indagato.

Due sospetti lo avevano indicato come loro contatto negli Stati Uniti: da allora, uno dei due è sparito ed è ricercato come “presunto terrorista”.

All’attacco, New York ha reagito con calma e compostezza, mentre la polizia rinforzava le misure di sicurezza: il sindaco de Blasio e il governatore Cuomo confermano la maratona di domenica – circa tremila gli iscritti italiani, fra le decine di migliaia di partecipanti -, dopo avere fatto svolgere la sfilata di Halloween martedì notte, come prova di resistenza di una città che altre ne ha viste.

Agenti in servizio raddoppiati alla stazione di Penn Station e molti più del solito dislocati in altri punti cruciali: la maratona “sarà un evento sicuro”, assicurano i responsabili.

Chi resta su di giri, è il presidente. Il demone del tweet s’impossessa di Trump, che prima punta “sul pazzo”, stile Las Vegas; poi evoca “un vigliacco”; infine, si rassegna al terrorista. Il presidente individua in un giro di vite all’immigrazione l’antidoto alla minaccia e chiama in causa il senatore democratico di New York Chuck Schumer. De Blasio e Cuomo replicano all’unisono: “Trump non è d’aiuto, coi suoi tweets: non è l’ora di fare polemiche, fomentare l’odio”, politicizzare il dramma. E il governatore fa rilevare: “Saipov è un lupo solitario radicalizzatosi negli Stati Uniti”.

Riunito il governo alla Casa Bianca, Trump definisce il terrorista “un animale” e preconizza per lui la prigione di Guantanamo; chiede al Congresso di sospendere la lotteria delle ‘green cards’; e ordina di rafforzare i controlli all’ingresso nell’Unione. L’Uzbekistan non è uno dei Paesi toccati dal ‘muslim ban’, nonostante sia un grosso esportatore di foreign fighters e di terroristi, da Istanbul a Capodanno a Stoccolma in aprile -. “Essere politicamente corretti va bene, ma non in questo caso”, dice il presidente. Papa Francesco all’Angelus prega che “Dio converta chi abusa del nome di Dio”; e Barack Obama esprime il dolore composto dell’America matura, “Non si twitta la prima cosa che ti passa per la testa”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+