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Foreign fighters - Isis
April 13, 2016 - Qaim, Iraq - Undated propaganda video capture released by the Islamic State of Iraq and the Levant showing an group of foreign ISIS fighters holding up their passports as they pledge to allegiance to the caliphate in Anbar Province, Iraq. (Credit Image: © Handout/Planet Pix via ZUMA Wire)

Con la caduta di Raqqa, in Siria, dopo quella di Mosul a luglio, il sedicente Stato islamico, l’ Isis, non ha più un territorio da difendere, ma miliziani superstiti e ‘foreign fighters’ sulla via del ritorno nelle nostre città restano capaci di azioni terroristiche. E le scelte contraddittorie del presidente Donald Trump, che lusinga le monarchie sunnite, dove gli jihadisti hanno appoggi e da dove traggono finanziamenti, e antagonizza l’Iran, in prima linea in Iraq e con i suoi alleati in Siria contro l’ Isis, non favoriscono una composizione pacifica del tormentato scacchiere mediorientale: quello che potrebbe essere un prologo di pace rischia di tramutarsi nella vigilia di nuovi scontri.

A Trump, si sa, piace battere il pugno sul tavolo. Lo fa spesso metaforicamente, con i suoi tweet. Ma talora lo fa sul serio: militarmente, quando picchia una gragnola di missili sulla Siria, o quando simula un attacco sulla Corea del Nord; e diplomaticamente, quando riapre il contenzioso sull’accordo con l’Iran sul nucleare o abbandona l’Unesco, l’Agenzia dell’Onu per la cultura.

Quando i pugni sul tavolo di Trump s’intensificano, vuol dire che qualcosa non gira nel verso giusto e che il presidente vuole magari distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica da situazioni per lui scomode, come potrebbero essere il fallimento del tentativo di rimpiazzare la riforma sanitaria, l’Obamacare, di Barack Obama con un altro sistema – reiterata promessa della sua campagna.

Che siano tweet o pugni sul tavolo, le stelle polari che indicano il percorso al magnate presidente sono sempre le stesse: compiacere in Medio Oriente Arabia Saudita e Israele, in funzione anti – Isis, ma soprattutto anti-Iran; e smantellare, ovunque sia possibile, dall’ambiente ai diritti civili, dal clima alla sanità, fino ai vari fronti della politica estera, l’eredità di Barack Obama. L’abbandono dell’Unesco, fatto in tandem con Israele, e la messa in discussione dell’accordo con l’Iran sono perfettamente allineati alle logiche di Trump, più da legge del taglione che da diritto internazionale … di qui in avanti ripresi post già pubblicati …

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+