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Salman - Putin
October 6, 2017 - Moscow, Russia - King Salman bin Abdulaziz Al Saud of Saudi Arabia prior to a bilateral meeting with Russian President Vladimir Putin at the Kremlin Grand Palace October 5, 2017 in Moscow, Russia. The elderly Saudi monarch is on a state visit to Russia. (Credit Image: © Kremlin Pool/Planet Pix via ZUMA Wire)

Una batteria di missili anti-missile non si nega a nessuno, specie a chi la paga: non ai sud-coreani; non agli israeliani; e neppure ai sauditi. A loro, gli Stati Uniti ne hanno appena venduto uno stock da 15 miliardi di dollari: Dipartimento di Stato e Pentagono hanno vistato e notificato al Congresso la cessione a Riad di una partita di Thaad, Terminal high altitude area defense. Con raro tempismo, l’annuncio è venuto lo stesso giorno che re Salman, il monarca saudita, concludeva a Mosca l’acquisto del più avanzato sistema di difesa aerea russo, l’S-400, per un controvalore di tre miliardi di dollari.

La lista della spesa negli Usa è dettagliata: l’Arabia saudita vuole 44 lanciatori Thaad, 360 missili intercettori, 16 gruppi di stazioni mobili tattiche di comando e controllo e sette radar che vanno insieme al sistema. Una – piccola – parte degli affari militari per oltre cento miliardi di dollari impostati in primavera tra l’Amministrazione Trump e la casa reale saudita.

La visita a Mosca di Salman e i baratti armi/energia conclusi nell’occasione, con la localizzazione in Arabia saudita della produzione su licenza dell’ultima versione dei celebri Kalashnikov, sono oggetto di dubbi e di patemi a Washington, dove ci s’interroga sui ‘giri di valzer’ sauditi in una fase di passaggio del potere generazionale. Agli Usa, poi, in genere non piace che Paesi amici ed alleati comprino armi russe: e, dunque, ha suscitato malumori allo stesso modo l’intenzione della Turchia di acquistare degli S-400.

Uno può chiedersi dove vadano a parare i sauditi: comprano armi a bizzeffe a Washington e Mosca e non azzeccano una mossa in politica estera. La guerra nello Yemen per ristabilire il potere sunnita a fronte di un’insurrezione sciita sostenuta dall’Iran s’è rivelata un vero e proprio disastro militare e politico, oltre che una tragedia per la popolazione locale; e l’isolamento commerciale e diplomatico del Qatar, accusato di collusione con l’Iran e con gli integralisti, sta fallendo – l’emirato se la cava alla grande e s’è guadagnato qualche simpatia internazionale, in questo ‘Davide contro Golia’ ambientato nel Golfo -.

Ma l’Arabia saudita resta una pietra angolare degli Stati Uniti in Medio Oriente. Ai sauditi, Trump non nega quasi nulla: dalla ‘danza delle spade’ durante la visita a Riad in maggio all’attesa denuncia dell’accordo sul nucleare con l’Iran (mossa, questa, che piace pure, anzi soprattutto, a Israele).

Dal canto suo, la Russia sta incassando i dividendi della sua attiva presenza diplomatica e militare in Medio Oriente, specie in Siria. La visita di re Salman a Mosca è stata preparata da una missione in varie capitali della Regione del ministro degli esteri russo Lavrov. Con la differenza che Mosca riesce a mantenere buoni rapporti con l’Iran e ad agganciare l’Arabia saudita, mentre Washington gioca Riad contro Teheran.

E l’Iran è un osso duro: nega di essere disponibile a ridimensionare i propri programmi missilistici e precisa che l’accordo sul nucleare concluso nel 2015 non riguarda i missili. Teheran è pure certa che i suoi piani non violino la risoluzione Onu 2231.

State pensando anche voi che la politica estera degli Stati Uniti si va a cacciare in vicoli ciechi?, o in dedali inestricabili? Siete in buona compagna: meno di un americano su quattro, il 24%, pensa che l’Unione stia andando nella giusta direzione, tra minacce di guerra alla Corea del Nord, marce indietro sull’Iran e su Cuba e, sul fronte interno, dichiarazioni ambigue i suprematisti bianchi.

Il dato emerge da un sondaggio per l’Ap. Rispetto a giugno, c’è un calo di dieci punti, molto forte fra i repubblicani (meno della metà approvano l’operato del presidente). Il 70% degli americani pensa che Trump non sua equilibrato; una maggioranza non lo ritiene un leader onesto o forte; e oltre il 60% ne disapprova la gestione dei rapporti razziali, dell’immigrazione, della politica estera.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+