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Iran - accordo - nucleare

Il Nobel per la Pace è un cartellino giallo sventolato sotto il naso di Donald Trump (e pure di Kim Jong-un). Il premio dei Saggi di Oslo all’Ican, cioè all’Organizzazione per la messa al bando delle armi nucleari, arriva nel giorno in cui il magnate presidente lascia trapelare l’intenzione di rimettere in discussione l’accordo sul nucleare con l’Iran.

La decisione dovrebbe maturare la prossima settimana e riaprirà un contenzioso che può di nuovo alterare gli equilibri nel Medio Oriente. Quanto al dittatore nord-coreano, lui incrina da mesi la sicurezza internazionale, testando ordigni all’idrogeno e missili intercontinentali capaci di trasportare ogive atomiche

L’Ican, che coagula 406 sigle partner in 101 Paesi, riceve il Nobel per “il suo ruolo nel fare luce sulle catastrofiche conseguenze d’un qualsiasi utilizzo di armi atomiche e per i suoi sforzi innovativi per arrivare a un trattato che le proibisca” – sforzi finora contrastati da tutte le potenze nucleari, legittime o meno che siano -. Il premio è un monito sulla fragilità del Pianeta e un atto di accusa a chi ne compromette pericolosamente gli instabili equilibri.

Che Trump non apprezzi l’accordo sul nucleare fatto, quasi due anni or sono, dai ‘5 + 1’ con l’Iran (Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania) è chiaro fin dai tempi dalla campagna elettorale. E il presidente l’ha recentemente ribadito dalla tribuna dell’Onu, parlando all’Assemblea generale.

Il Dipartimento di Stato e il Pentagono non sono però favorevoli a denunciare l’intesa, tanto più che l’Aiea, l’agenzia dell’Onu che la monitora, certifica che Teheran la sta rispettando (e Washington, magari a malincuore, lo ammette, arzigogolando la distinzione tra lettera e spirito).

Rimettendo in discussione il patto, Trump fa l’ennesimo favore ai suoi due partner preferiti in Medio Oriente, entrambi arci-nemici dell’Iran, l’Arabia Saudita e Israele, senza curarsi d’aprire un vaso di pandora di mugugni europei e freddezze russe e cinesi e d’incoraggiare a Teheran l’anti-americanismo dei conservatori.

Il presidente, la cui bussola è ossessivamente puntata sullo smantellamento di quanto fatto dal suo predecessore Barack Obama, pare almeno orientato a procedere per gradi: la prossima mossa si limiterebbe a rilanciare il dibattito in Congresso se confermare, o meno, la sospensione delle sanzioni verso l’Iran, senza formalmente denunciare l’accordo.

Il Nobel all’Ican dà nuovo slancio al Trattato Onu per la messa al bando delle armi nucleari, avallato da circa 120 Paesi e già ratificato da decine, ma osteggiato dalle cinque potenze atomiche legittime e da tutte le altre (e visto con diffidenza dalla Nato).

In Italia ci sono circa 60 ordigni atomici, nelle basi di Ghedi (Bs) e di Aviano (Pn): bombe Usa molto più potenti di quelle testate dalla Corea del Nord). L’Italia non è l’unico Paese europeo che ospita un arsenale nucleare: a parte Francia e Gran Bretagna che fanno parte del ‘club’ (i loro ordigni sarebbero circa 500), ci sono atomiche Usa in Germania, Belgio, Olanda, Turchia, in tutto circa 150 ogive.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+