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las Vegas - strage

La prima vera carneficina ‘American style’ della presidenza Trump è anche la più grave nella storia degli Stati Uniti: a Las Vegas un uomo bianco di 64 anni spara dalle finestre di un hotel sul pubblico di un concerto country, uccidendo almeno 58 persone e ferendone circa 400 – ce ne sono 40 mila assiepate dall’altra parte della Strip, la strada dei casino, una delle vie più famose del Mondo -. Più vittime e più sangue che a Orlando, in Florida, dove il 12 giugno 2016 un giovane d’origine afghana sparò al Pulse, una discoteca per omosessuali, uccidendo 49 persone e ferendone una cinquantina.

La strage di Las Vegas, la città più grande del Nevada, la capitale del gioco d’azzardo negli Usa, una porta del Grand Canyon, viene prontamente rivendicata dal sedicente Stato islamico, l’Isis. Ci sono però dubbi sulla firma integralista in calce a questo massacro: mancano riscontri oggettivi e, inoltre, la personalità dell’attentatore, la cui presunta conversione all’Islam alcuni mesi or sono è smentita dal fratello, non ha nulla in comune con i ‘lupi solitari’ delle cronache europee.

Il presidente Trump, che domani sarà a Las Vegas, definisce la vicenda “un atto di pura malvagità”, senza fare riferimento al terrorismo: ordina bandiere a mezz’asta, elogia polizia e soccorritori, invita “alla pace e all’unità”, adotta un linguaggio e uno atteggiamento per lui dimessi e contenuti. Arrivano da tutto il Mondo parole d’orrore e di cordoglio e si levano a Washington voci poco convinte contro le armi facili negli Stati Uniti (non se ne farà nulla).

Lo sparatore, Steven Paddock, s’è tolto la vita prima che la polizia facesse irruzione nella sua stanza al 32° piano del Mandalay Bay, da dove ha agito indisturbato per parecchi minuti: per sparare meglio, aveva spaccato il grande finestrone di vetro e teneva accanto a sé almeno dieci fucili. C’è voluto del tempo perché la gente e la polizia capisse che cosa stava succedendo: il crepitio dei colpi era coperto dalla musica del Route 91 Harvest Music Festival e si confondeva con essa, facendo pensare più a fuochi d’artificio che a spari.

Gli agenti sono stati messi sulla giusta pista dal sistema anti-incendio della stanza di Paddock, innescato forse dal fumo della polvere da sparo: quando hanno fatto irruzione, era già tutto finito. Lo sparatore non aveva complici.

Gli inquirenti non hanno finora trovato connessioni tra l’uomo, che aveva una compagna, Mary Lou Dandley, un’australiana, che si trova attualmente fuori dagli Stati Uniti, e gruppi terroristici, anche se la rivendicazione dell’Isis, intercettata dal Site sul web, non viene per nulla presa alla leggera. “L’esecutore dell’attacco di Las Vegas è un soldato dell’Isis – recita la rivendicazione -: ha eseguito l’operazione in risposta all’appello a prendere di mira i Paesi della coalizione”.

Fonti dell’Amministrazione tendono, però, ad escludere la pista terroristica, anche per evitare allarmismi: meglio pensare al ‘solito’ esaltato che sbrocca e fa una strage che a un soldato dell’Isis nascosto fra noi (come potrebbero essercene altri).

E la reazione dell’America di Trump è quella che si ci può aspettare: le azioni dei produttori di armi volano a Wall Street. Le Sturm Ruger salgono in apertura del 3,23%, quelle di American Outdoor Brands, l’ex Smith & Wesson, addirittura del 4%. Accade perché si s’attende una corsa agli acquisti di armi: per ‘proteggersi’ dai ‘cattivi’ e anche per sottarsi alla stretta sulle vendite di fucili, almeno di quelli a ripetizione, che immancabilmente viene invocata in questi frangenti (e che non si verifica mai).

Da quando Trump è presidente, i fabbricanti d’armi, che ne avevano fatto il loro candidato, non se la passavano bene. Le loro azioni sono andate giù di molto: nessuno ha più paura di un giro di vite sulle vendite e, quindi, nessuno ha fretta di comperare.

Il nome di Paddock non figurava nelle liste dell’anti-terrorismo e, a parte una multa, l’uomo, che aveva una volta fatto causa a un casino, non aveva precedenti con la giustizia. I media che riferiscono della conversione all’Islam, citando Amaq, l’agenzia dell’Isis, dicono che il suo nuovo nome era Samir Al-Hajib.

L’aggressore era al Mandalay Bay da giovedì scorso. Dal giugno 2016, viveva a Mesquite, un’ora d’auto da Las Vegas. Prima aveva vissuto a Reno, sempre in Nevada, e a Melbourne in Florida. Apparentemente, non aveva problemi economici: gli piaceva giocare a Las Vegas, andare a caccia in Alaska e pilotare aerei – possedeva, o aveva posseduto, un monomotore -. A casa sua, la polizia non avrebbe trovato “nulla di strano”-

Amici e conoscenti dicono che progettava di vivere una vecchiaia serena in una piccola comunità per pensionati ai margini del deserto: Mesquite è una cittadina nel deserto a cavallo tra Arizona e Nevada, frequentata soprattutto da appassionati di golf e giocatori d’azzardo. Paddock si presentava come “un giocatore professionista”, come la sua compagna che sui social network si autodefinisce “professionista dei casino”, oltre che madre e nonna. Che cosa ne abbia fatto una macchina di morte resta un mistero.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+