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‘ Programmare il Mondo ’ è l’affascinante – e pure inquietante – tema della nona edizione del premio ‘Nostalgia di Futuro’, creato per ricordare Giovanni Giovannini, giornalista, inviato, vice-direttore de La Stampa, a lungo presidente della Fieg e dell’ANSA, curioso del futuro e capace di esplorarlo (e di farcelo conoscere) sulle pagine di questa rivista, Media Duemila, da lui fondata nel 1983 – allora inevitabilmente solo cartacea -.

Quest’anno, l’evento di consegna dei premi si svolge il 28 settembre, a Palazzo dei Giureconsulti, a Milano, nell’ambito del Prix Italia: è una novità.

Se l’assenza di programmazione è indizio di un futuro incerto, confuso, ingarbugliato e approssimativo, la programmazione non è, però, di per sé garanzia di qualità del Mondo che verrà: le peggiori ideologie sono spesso state grandi programmatrici; e nell’era digitale come in tutte quelle precedenti, la qualità della programmazione è funzione dei dati su cui la si basa e dell’affidabilità delle deduzioni che ne ricava.

Oggi, Giovannini sarebbe senz’altro interessato a programmare bene il Mondo. Ma sarebbe ancora più preoccupato di correggere i dati sbagliati – cioè, a livello giornalistico, le informazioni, le notizie – su cui la programmazione dovrebbe sbagliarsi: dati sbagliati cui dà un contributo pesante l’approssimazione colpevole da cui siamo afflitti, anche quando essa viene da industrie all’avanguardia e rispettate o da media non solo ‘certificati’ ma addirittura autorevoli.

Qui non siamo nel regno dellefake news, che sono balle messe in giro ad arte per condizionare l’opinione pubblica e che vanno contrastate. Qui siamo nel regno degli errori, che possono essere corretti (ma che non sempre lo sono); e, quando non lo sono, siamo nel regno della – mancanza di – professionalità.

Due esempi. Uno. In primavera, la Microsoft aveva bruscamente e molto rapidamente ‘zittito’ il suo ‘chatbot’ Tay, un robot dotato d’intelligenza artificiale lanciato su Twitter e su altre piattaforme social, che aveva come obiettivo di avviare e sostenere conversazioni con i ‘Millennials’, i giovani americani, attirandoli così nella sfera della Microsoft.

Tay non aveva funzionato, prestandosi ad amplificare messaggi razzisti, sessisti, xenofobi. Infatti, era programmato per imparare dai messaggi di cui si nutriva, ricavandone poi ‘sue’ frasi e simulando una normale conversazione; ma la rete gli ha ‘insegnato’ messaggi, che lui ha replicato, esaltavano il genocidio e negavano l’Olocausto. Il robot scriveva: “Bush ha causato l’11 Settembre e Hitler avrebbe fatto un lavoro migliore”.

Nello scusarsi, la Microsoft spiegava: “Tay è un esperimento sociale e culturale, oltre che tecnico. Sfortunatamente, nel giro di 24 ore dalla messa in rete, abbiamo constatato la sforzo coordinato di alcuni utenti di abusare di Tay”. Il robot è stato quindi messo offline per apportarvi modifiche e metterlo al riparo, se possibile, dai tanti ‘cattivi maestri’, o magari semplici burloni, della rete.

Due. Questa è una storia di portata minore, ma meno positiva, dal punto di vista dell’etica informativa: la ricevo da una noticina che l’arguto e attento James Hansen indirizzava ai suoi lettori il 6 settembre, segnalando un articolo comparso lo stesso giorno sul sito del Corriere della Sera, firmato Flavio Valenti e intitolato “Alieni nel cosmo e alieni intorno a noi: il Wall Strett Journal intervista il presidente del Cun”. Il lead diceva, tra l’altro: “Gli Ufo sbarcano anche sul Wall Street Journal … Nell’edizione italiana del 2 settembre, Alberto Mostarda intervista il presidente del Cun Vladimiro Bibolotti…”. Il Cun è il Centro ufologico nazionale, Bibolotti è un giornalista freelance esperto di Ufo.

Ora, il Wall Street Journal non ha un’edizione italiana. E l’intervista al presidente del Cun è apparsa sul Wall Street International, nella rubrica Scienza e Tecnologia, testata online non particolarmente prestigiosa, anche se adotta lo stesso carattere del Wall Street Journal; non di Rupert Murdoch, ma di tale Ruben Vergara Meersohn, nato in Italia e residente in Montenegro.

Più che programmare il futuro, ci sarebbe da ir-programmare il presente. Dell’informazione.

 

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+