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Bannon - cinema

‘Ciac!, si gira’: nella Casa Bianca che senza il suo regista Steve Bannon va a zigzag, crea imbarazzo e curiosità la notizia che lo stratega ostracizzato si dà, anzi si ridà, al cinema: ci aveva già provato, senza troppo successo, prima di diventare il vate e l’ideologo dell’estrema destra; ora, torna sul set con un film western alla John Wayne, come non se ne girano da una trentina d’anni.

Sono giorni che la barca di Trump, sballottata dagli uragani, pare senza una guida: il presidente fa e disfà, raggiunge compromessi con l’opposizione democratica e li smentisce. Sul ‘muslim ban’ e sulle ‘città santuario’, sui Dreamers e sul muro, sui transgender e sull’Obamacare è un fermento d’indicazioni contraddittorie. E c’è il timore che da un giorno all’altro riemerga il Russiagate.

La scelta cinematografica di Bannon è forse un suggerimento politico: puntare ancora una volta sul pubblico di maschi bianchi che ha assicurato la vittoria elettorale al candidato Trump. “L’idea di un western è logica quando si considera la strategia della campagna – spiega una fonte al New York Post -: Bannon pensa che ci sia un mercato da sfruttare per film con maschi alfa alla John Wayne”.

Da quando non è più alla Casa Bianca, l’ex stratega, tornato a dirigere il sito di destra da lui fondato, il Breitbart News, non sta quasi mai zitto: ha definito il licenziamento del direttore dell’Fbi Comey “uno sbaglio enorme”; ha invitato il consigliere economico di Trump Gary Cohn, grande speranza di Wall Street per la Federal Reserve a dimettersi, lasciando più scoperto a destra il presidente; e ha pure attaccato la Chiesa, accusandola di favorire l’immigrazione illegale per interessi economici.

Bannon è stato un protagonista dell’estate dei lunghi coltelli alla Casa Bianca: prima, ne ha cacciato Priebus e Spicer, poi ne è stato cacciato. Però, dice di continuare a fare da spalla a Trump anche se “da lontano”. Il Washington Post scrive che il presidente ne soffre l’assenza e lo chiama di nascosto dal capo dello staff della Casa Bianca, il generale Kelly.

Il ritorno di Bannon nei circuiti di Hollywood, la mecca del cinema, dov’è stato recentemente visto, fa storcere il naso a molti in uno degli ambienti più liberal d’America. Di lui, George Clooney, militante democratico, dice: “Farebbe di tutto per riuscire ad avere una sua sceneggiatura prodotta ad Hollywood”. I tentativi del passato , fra cui un musical hip hop sullo sfondo dei disordini razziali di Los Angeles, risultarono fallimentari.

Ma, meno radicali degli attori, i responsabili degli studios sono stati disponibili ad ascoltare idee e progetti dell’uomo che, per molti mesi, sussurrava all’orecchio del presidente. Negli anni novanta, Bannon produsse alcuni film, tra cui The Indian Runner, in italiano Lupo solitario, che segnò l’esordio alla regia di Sean Penn, con Viggo Mortensen e Patricia Arquette, e Titus, coproduzione tra Usa, Italia e Regno Unito, con Anthony Hopkins. Poi si cimentò in una serie di documentari, proponendosi, senza sfondare, come una sorta di Michael Moore iper-conservatore.

Per tamponare gli effetti del Russiagate, che potrebbe rivelarsi devastante per l’Amministrazione, c’è chi pensa ad arruolare Julian Aassange, il fondatore di Wikileaks, per farne il testimone chiave. il biondino australiano, che la giustizia americana vuole processare per avere pubblicato documenti Usa riservati, se ne sta da anni chiuso nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, perché teme di essere arrestato ed estradato.

A parte che non si vede bene come Assange, i cui rapporti privilegiati con la Russia sono ben noti, possa essere un testimone credibile a discarico di Putin e di Trump, ci vorrebbe un atto di clemenza del presidente per proscioglierlo dalle accuse. Così, dopo avere graziato lo sceriffo più cattivo d’America, Trump dovrebbe perdonare l’uomo che ha divulgato più segreti Usa nel dopoguerra e che, secondo l’accusa, ha messo a repentaglio la vita di cittadini americani che agivano sotto copertura o in territori ostili.

Ottenuta clemenza, Assange dovrebbe provare l’estraneità della Russia negli hackeraggi a danno della candidata democratica Hillary Clinton compiuti durante la campagna 2016: Wikileaks pubblicò migliaia di email della campagna democratica, creando imbarazzi e fastidi.

L’idea è di un deputato repubblicano californiano, Dana Rohrabacher, ritenuto vicino alla Russia, che ne ha parlato a Kelly, che gli avrebbe a sua volta suggerito di parlarne all’intelligence. La mossa nasce dal timore che le inchieste sul Russiagate stiano per riemergere con forza – è di ieri la notizia di un accordo tra Facebook e gli inquirenti, per la consegna di materiale utile alle indagini-.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+