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Usa-Trump-Irma
September 15, 2017 - Florida, U.S. - A street on Cudjoe Key is block by debris left from the storm surge from Hurricane Irma Wednesday, September 13, 2017. (Credit Image: © Lannis Waters/The Palm Beach Post via ZUMA Wire)

Harvey e Irma, gli uragani che hanno investito l’America tra la fine d’agosto e l’inizio di settembre, hanno sconvolto l’agenda politica del presidente Trump, molto attento, nell’ultimo mese, a evitare di ripetere gli errori che, nel 2005, dopo il passaggio di Katrina su New Orleans, fecero precipitare la popolarità di George W. Bush, ritenuto colpevole di sottovalutazione del pericolo e di lontananza dalle vittime.

Nel relativo disinteresse dell’opinione pubblica, le scelte del presidente procedono a zig-zag, specie in politica interna: Trump incassa successi, ma fa anche marce indietro, sui numerosi fronti aperti.

Oscillazioni sui fronti interni, chiodo fisso in politica estera

La Corte Suprema avalla la piena applicazione del cosiddetto ‘muslim ban’, il divieto d’ingresso negli Usa per chi proviene da sei Paesi musulmani – Iran, Yemen, Siria, Libia, Sudan e Somalia -, nell’attesa, però, di pronunciarsi a ottobre sulla costituzionalità del provvedimento (che comunque scadrà a novembre).

La Casa Bianca annuncia la fine della tolleranza verso i Dreamers, cioè i bambini arrivati negli Usa illegalmente con le loro famiglie e che lì sono cresciuti e hanno studiato; poi, rimette in discussione la misura, negoziando con il Congresso sulla riforma dell’immigrazione e l’innalzamento del muro lungo il confine del Messico, il cui finanziamento resta aleatorio – ancora di più adesso, che ci sono da riparare i guasti degli uragani -.

E il presidente indossa i panni fin qui trascurati del mediatore, cercando di trovare un compromesso con l’opposizione democratica sulla riforma fiscale e le modifiche all’Obamacare, il regime d’assistenza sanitaria varato da Barack Obama, ma irritando così la maggioranza repubblicana, che non è certo coesa dietro di lui.

L’ago del barometro delle crisi internazionali è, invece, per il momento fisso sulla Corea del Nord: le “provocazioni” nucleari e missilistiche del presidente dittatore Kim Jong-un trovano per lo più risposte verbali tonitruanti nei tweet di Trump, senza però che lo stallo negoziale e diplomatico si sblocchi. C’è di buono – viene da pensare, quasi per assurdo – che i test nord-coreani, con il passare del tempo, paiono acquisire affidabilità: diminuisce, cioè, il rischio di ‘guerra per errore’, un missile che cada per sbaglio dove non dovrebbe, innescando una reazione a catena non controllabile.

Razzismo e terrorismo, presidente è elemento di divisione

Il magnate presidente resta un elemento divisorio, persino quando si tratta di ricordare le vittime degli attacchi terroristici dell’11 Settembre 2001 – le sue dichiarazioni su dov’era quel giorno tradiscono mancanza di trasparenza e desiderio di protagonismo – oppure d’esprimere solidarietà agli alleati alle prese con attentati. Il tweet che vorrebbe essere di vicinanza ai britannici dopo l’attacco alla metropolitana di venerdì diventa una gratuita accusa di inefficienza a Scotland Yard; o – e sarebbe peggio – è semplicemente la frase maldestra di una persona che non misura le parole.

Come era già emerso nei contorsionismi di Trump, lessicali e ideologici, dopo gli incidenti di luglio a Charlottesville in Virginia – una donna morta e vari feriti, quando Ku Klux Klan e suprematisti avevano reagito alla contestazione di una loro manifestazione -. Attizzate da giudizi del presidente altalenanti e reticenti, ne erano seguite tensioni e proteste in tutta l’Unione, attraversata da rigurgiti di razzismo e, come reazione, da un’ondata iconoclasta contro i simboli sudisti della Guerra Civile.

Quadro confuso e cambio d’assetto

Il quadro è confuso, certamente condizionato dai cambiamenti d’assetto alla Casa Bianca: Trump ha la tentazione di continuare a fare il candidato (e, quindi, a lusingare la sua base), ma pare percepire a tratti l’importanza di fare il presidente, senza però riuscirci con continuità (il meglio glielo hanno finora tirato fuori gli uragani).

In poche settimane, sono stati licenziati, o se ne sono andati, il capo dello staff della Casa Bianca Reince Priebus, il consigliere strategico Steve Bannon, il portavoce Sean Spicer, lo strambo capo della comunicazione appena nominato Anthony Scaramucci. E, all’inizio della presidenza, era già uscito di scena il consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn, prima e finora unica vittima del Russiagate.

La vicenda delle collusioni tra il team di Trump ed emissari del Cremlino in campagna elettorale è da settimane sotto traccia: le indagini del procuratore speciale Robert Mueller e delle commissioni Intelligence di Camera e Senato stanno andano avanti in sordina, ma non c’è da dubitare che, come un fiume carsico, prima o poi riaffioreranno.

Il presidente ha disfatto il suo ‘inner circle’: consiglieri e uomini di fiducia che erano stati con lui nella campagna elettorale. A parte i ‘gioielli di famiglia’, la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner, resistono solo le donne del gruppo: Kellyanne Conway, portavoce della campagna, oggi consigliera – è entrata nelle cronache soprattutto per essersi piazzata con i piedi sul divano nello Studio Ovale in un incontro di lavoro -; Sarah Huckabee Sanders, promossa portavoce, figlia di Mike Huckabee, ex governatore dell’Arkansas e a più riprese candidato alla nomination repubblicana; e Hope Hicks, giovanissima – 28 anni – ex modella, nuovo capo della comunicazione.

L’uomo forte dello staff della Casa Bianca è il successore di Priebus, il generale John Kelly, che, dopo avere fatto piazza pulita dei troppi galli che c’erano, sta cercando di mettere ordine e disciplina fra i collaboratori di Trump (che, però, non dà il buon esempio). I generali al presidente non mancano: alla Sicurezza nazionale Flynn è stato sostituito da un altro generale, H.R.McMaster; e alla Difesa c’è quel James ‘cane pazzo’ Mattis che, a dispetto del nomignolo, è la voce più precisa e più competente dell’Amministrazione in politica estera, mentre il segretario di Stato Rex Tillerson deve ancora assuefarsi al cambio di passo da uomo d’affari a uomo di governo.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+