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11 Settembre - Trump

L’ ‘uomo dalla bandana rossa’ è Welles Crowther, un trader alle prime armi di 24 anni, un eroe e una vittima degli attacchi terroristici al World Trade Center l’ 11 Settembre 2001: 16 anni dopo, esce negli Stati Uniti un documentario sul lucido coraggio di quel ragazzo, che condusse in salvo una decina di persone, aiutandole a uscire dalla Torre Sud in fiamme e rimanendo poi prigioniero nel crollo.

Crowther divenne per tutti l’ ‘uomo dalla bandana rossa’ per via del fazzoletto che portava in testa per proteggersi dal fumo e dalla polvere. La prima del film è stata al Lafayette Theater, a Suffern, non lontano da dove il giovane era nato e viveva, Upper Nyack. La voce narrante del documentario è di Gwyneth Paltrow; Lyle Lovett canta un motive della colonna sonora.

Il corpo di Crowther, un vigile del fuoco volontario, addestrato al soccorso, venne trovato insieme ad una squadra di pompieri cui si era unito per prestare soccorso sulle scale della Torre Sud, che fu la seconda a essere colpita, ma la prima a crollare. La bandana rossa, un regalo del padre che aveva sempre con sé, ne facilitò il riconoscimento e consentì anche a molti superstiti di individuare in lui il loro salvatore e di ricostruire quei tragici ed eroici momenti.

Quello di ieri è stato un anniversario dell’ 11 Settembre un po’ in sordina, scalzato nelle cronache nazionali e internazionali dalle paure immediate d’un’America fragile di fronte alla sequela d’uragani tra Texas e Florida. Le consuete cerimonie si sono svolte a Ground Zero a New York ed al Pentagono a Washington – c’era il presidente con Melania, dopo avere osservato alla Casa Bianca un minuto di silenzio -, oltre che a in Pennsylvania, dove c’era il vice Pence. Parole di circostanza, lacrime vere.

Persino sull’11 Settembre, il presidente newyorchese riesce a risultare un elemento di divisione e ad offrire il destro alle polemiche. Su dove lui fosse quel giorno, dà versione diverse e contraddittorie: al momento dell’attacco dice che era in un appartamento a circa 6 km dal World Trade Center, ma altre testimonianze lo collocano più lontano, a oltre 10 km, o addirittura a Chicago, a una riunione. In campagna elettorale, però, Trump sostenne di avere visto il dramma delle persone che si gettavano dai grattaceli: può averli visti, come tutti, in televisione, non certo dal vivo.

Non esistono sue dichiarazioni di quell’ 11 Settembre. In interviste televisive, 48 ore più tardi, mentre la sua impresa contribuiva alla rimozione delle macerie, esprimeva cordoglio e tristezza, elogiava le forze dell’ordine e le squadre di soccorso, manifestava fiducia nella capacità dei newyorchesi di andare oltre e ricostruire: “Gli Stati Uniti devono rispondere in fretta e con efficacia: bisogna capire chi e perché ha fatto questo e bisogna dargli la caccia; e bisogna ricostruire qualcosa di altrettanto maestoso che le Torri Gemelle”.

L’imprenditore Trump desiderava partecipare allo sforzo di ricostruzione dopo l’ 11 Settembre. Ma la cosa finì presto, poiché il progetto da lui sostenuto non fu approvato.

L’anniversario dell’attacco è solo una pausa nell’attività del presidente, che nelle prossime ore andrà in Florida, per rendersi conto dei danni di Irma, mentre la ripresa dell’attività politica è tutta nel segno dei contrasti tra Trump e il partito repubblicano, che gli rimprovera d’essersi messo d’accordo coi democratici sulla riforma fiscale, ‘bypassando’ il suo partito. Il New York Times, ieri, ricordava che, prima di diventare presidente, Trump cambiò almeno cinque volte la sua affiliazione politica, con scelte più dettate dall’opportunismo che dall’idealismo.

!6 anni dopo, gli Stati Uniti continuano a combattere la ‘guerra al terrorismo’ – i militari l’avevano subito chiamata “la lunga guerra” -, che non hanno ancora vinto, e continuano a restare impaniati sui fronti dei conflitti aperti da George W. Bush dopo l’11 Settembre: l’Afghanistan, dove anzi s’apprestano, rinforzando il contingente, a una recrudescenza bellica; e l’Iraq, dove gli strascichi dell’invasione e di una gestione incauta del disimpegno operativo hanno favorito nascita, crescita ed espansione del sedicente Stato islamico, l’Isis.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+