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Kim-bomba

Con l’atomica, ci gioca Kim III, l’ultimo rampollo della dinastia comunista che, dal 1948,‘regna’, incontrastata, sulla Corea del Nord, tra guerre, purghe e carestie. Ma il giocattolo gliel’hanno fatto trovare bell’e pronto il nonno, Kim Il-Sung, fondatore della Repubblica popolare, morto nel 1994, e il padre, Kim Jong-Il, morto nel 2011.

Come tutto, in Corea del Nord, la storia della bomba è un affare di famiglia – Kim, naturalmente -: tutto un intreccio di connivenze, soprattutto cinesi e russe, ma anche pachistane e iraniane, e d’ingenuità e superficialità dei leader occidentali e delle loro intelligence – sette presidenti Usa sono stati in qualche modo gabbati o tenuti in scacco dalla famiglia Kim -.

A cavallo del 2000, la proliferazione di materiale nucleare innescata dallo smembramento dell’Urss, che rese disponibile a buon prezzo materiale fissile, e la distrazione degli Stati Uniti, sotto attacco da parte del terrorismo integralista, consentirono a Pyongyang un balzo in avanti incontrollato e, per molti versi, inaspettato dei suoi programmi nucleari.

Nell’autunno del 2000, a fine mandato, Bill Clinton ‘flirtò’ con in progetto di una visita in Corea del Nord per una spettacolare pacificazione con il nemico di mezzo secolo: Pyongyang non ha mai riconosciuto con un Trattato di Pace la fine del conflitto del 1950/’53, da cui uscì l’attuale assetto ‘provvisorio’ della penisola coreana, divisa in due lungo il 48° parallelo, il confine più militarizzato al Mondo. A conti fatti, Clinton rinunciò, ma solo perché la presidenza era ormai in disarmo.

Il programma nucleare civile nordcoreano fu avviato all’inizio degli Anni Sessanta: l’Urss, allora punto di riferimento del regime, contribuì alla realizzazione di un reattore e d’un centro di ricerca nucleare a Yongbyon, cuore pure del successivo programma militare avviato nel 1980 – sempre sotto Kim I -.

Sottoposta a forti pressioni internazionali, e sempre abile a giocare a più tavoli, la Corea del Nord firmò e ratificò nel 1985 il Trattato di non proliferazione nucleare e poi siglò nel 1991 un trattato con la Corea del Sud volto a vietare lo sviluppo, la sperimentazione ed il possesso di armi nucleari nella penisola coreana – la base di quella denuclearizzazione della penisola coreana a più riprese invocata -.

Gli ultimi di Kim I sono anni di mosse e contromosse. Nel ‘92 il Paese sottoscrive, come previsto dal Tnp, un accordo con l’Aiea per sottoporre i suoi impianti nucleari a periodiche ispezioni; e l’anno dopo, alla prima occasione, lo viola. La crisi viene risolta l’anno dopo ancora: Pyongyang conclude un accordo quadro con gli Stati Uniti e s’impegna a bloccare il suo programma nucleare, in cambio della fornitura di combustibili e altre materie prime.

Naturalmente, l’impegno viene eluso. Kim II s’avvale dei servigi lo scienziato canaglia pachistano Abdul Qadeer Khan, artefice di un traffico clandestino di materiale nucleare. La Corea del Nord porta avanti il suo programma atomico clandestino a Yongbyon, lasciando che la Cina garantisca, con aiuti, la sussistenza dei suoi 23 milioni di abitanti, e irretendo gli Usa in una trattativa senza sbocchi, che coinvolge l’ex presidente, e Nobel per la Pace, Jimmy Carter.

Mentre Pechino fa finta di non vedere né sapere, Washington oscilla fra buonismi politici e diffidenze, ma pure approssimazioni, dell’intelligence. Se le colombe applaudono la diplomazia ‘del raggio di sole’ dei fratelli di Seul, i falchi ammoniscono sui rischi d’una guerra di Corea bis. E Kim II prima sperimenta, grazie alla collaborazione del Pakistan, alcuni missili e poi si dota d’almeno otto testate atomiche, facendo esplodere la prima nel 2006.

Scattano le sanzioni dell’Onu, partono i negoziati a sei (le due Coree, Giappone, Cina, Russia e Usa): il presupposto è sempre che nessuno vuole la guerra e che Pyongyang reclama a modo suo attenzione per le due difficoltà economiche. Nel 2009, Kim II fa un secondo botto e aumenta l’arsenale. Kim III, dal 2013, ha compiuto quattro test, fra cui il primo d’una bomba all’idrogeno, e ha ulteriormente accresciuto il suo arsenale missilistico e nucleare.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+