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Harvey - media
September 1, 2017 - Houston, Texas, U.S. - Aerial photo shows flooded houses after Hurricane Harvey hit Houston. Hurricane Harvey inundated the Barker and Addicks reservoir areas, west of Houston. Houston residents have begun to assess the storm's trail of destruction as Harvey's floodwaters slowly start to recede. (Credit Image: © Yin Bogu/Xinhua via ZUMA Wire)

Un aforisma di Thomas Fuller, storico inglese del ‘600 e spirito arguto, esprime icasticamente ed efficacemente una legge universale del giornalismo, ancora oggi validissima: “Più lontano accade una catastrofe o un incidente, più alto deve essere il numero di morti e feriti perchè faccia notizia”.

Ma, a parità di distanza geografica, se una tragedia accade negli Stati Uniti ottiene più attenzione, sui media occidentali, di sciagure analoghe, anche molto più gravi, altrove: dell’uragano Harvey, decine di vittime, s’è ad esempio parlato molto di più che della valanga di fango in Sierra Leone – un migliaio di vittime, centinaia di bambini – che l’aveva preceduto di pochi giorni.

“È il peggior disastro ambientale nella storia del nostro Paese. Stiamo seppellendo con le nostre mani gli oltre mille morti ignorati dal mondo”: così, padre Jorge Crisafulli, missionario del centro Don Bosco della capitale Freetown, racconta a The Post International l’enorme frana del 14 agosto.

E mentre Harvey infuriava, le inondazioni in Asia creavano una crisi umanitaria senza precedenti: in India, Bangladesh, Nepal e Cina sono morte oltre 1.200 persone, circa 140 milioni sono state coinvolte. Per loro, poche righe sui nostri media.

Per non parlare dei migranti che muoiono nel Mediterraneo: da settembre 2015, in due anni, almeno 8.500 persone sono scomparse nel tentativo di lasciare l’Africa e raggiungere l’Europa. A loro non manca l’attenzione dei giornalisti, almeno degli italiani. Ma il resto d’Europa, e del Mondo, spesso li ignora. I dati sono dell’Unhcr e sono stati dati nell’anniversario della morte di Aylan, il bimbo curdo-siriano ritrovato senza vita sulle spiagge turche proprio due anni fa.

Insensibilità? In parte. Ma, in parte, pure fenomeno d’identificazione: ci è molto facile immaginarci a Houston; è molto più improbabile che ci pensiamo a Freetown. L’entità dei danni, non umani, ma materiali, è un’unità di misura ingannevole: dove non c’è quasi niente da distruggere, e la gente non ha niente da perdere, a parte la vita, perché non ha nulla, i danni, anche quando sono ingenti, sono modesti; invece, in una terra dell’opulenza come il Texas, i danni vanno su – quelli di Harvey oscillano, nelle ultime stime, tra le decine e i cento miliardi di dollari -, perché lì s’addensano ricchezze materiali.

Recandosi sul posto e testimoniando vicinanza e solidarietà alle popolazioni colpite, il presidente Trump ha dato l’impressione d’avere appreso la lezione Katrina: il suo predecessore Bush jr pagò cara, in termini di popolarità, l’impreparazione e l’insensibilità di fronte a quella sciagura. Ma l’Amministrazione Trump, per ora, non trae le conseguenze di Harvey in tema di protezione dell’ambiente e resta su posizioni negazioniste sul cambiamento climatico.

Forte dell’impatto mediatico, Harvey potrebbe rivelarsi una ‘manna dal cielo’, se spostasse Trump e i suoi immarcescibili consiglieri scientifici dalle loro posizioni. E, alla fine, tutto il Pianeta trarrebbe beneficio da un fenomeno così devastante, che i cambiamenti climatici tendono a rendere più frequenti e più violenti. Purché il magnate presidente se ne convinca!, invece di riaprire le miniere di carbone e di denunciare gli accordi di Parigi.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+