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Che l’estate delle statue buttasse male per Cristoforo Colombo, nel confronto razziale e culturale innescato negli Usa dagli incidenti di Charlottesville, s’era già capito: se fai i processi alla storia, in America è inevitabile risalire all’ammiraglio genovese. La decapitazione di un busto del navigatore, avvenuta in un parco di Yonkers, a nord di New York, è l’ultimo d’una serie di episodi ostili, ma non è il più grave: politicamente, pesa di più la decisione di cancellare il Columbus Day a Los Angeles. La festa, il 12 ottobre – ricorrenza della scoperta dell’America –, sarà sostituita da una commemorazione “delle popolazioni indigene, aborigene e native vittime del genocidio commesso dal navigatore italiano”.

Come se fosse Colombo il responsabile delle stragi nel tempo compiute da spagnoli, inglesi, francesi e ‘americani’ nel Continente da lui involontariamente scoperto. La decisione di Los Angeles suscita risentimento nella comunità italo-americana di New York, dove il Columbus Day è festa grande. Ma la decapitazione di Yonkers mostra che, anche nella Grande Mela, il genovese non ha solo ammiratori.

Tutto inizia quando razzisti di varia estrazione della galassia alt-right, Ku Klux Klan, suprematisti e quant’altro, protestano in Virginia, il 12 agosto, contro la rimozione della statua del generale sudista Robert Lee, comandante dei confederati nella Guerra Civile (1861-’65). Contestano il corteo gruppi anti-razzisti, su cui piomba un’auto guidata da un bianco ventenne: una donna nera muore, ci sono numerosi feriti.

L’incidente innesca tensioni razziali in tutta l’Unione, amplificate dai commenti ‘equidistanti’ e ondivaghi del presidente Trump, che attribuisce responsabilità anche ai contestatori dei razzisti. S’alza così l’attenzione sui monumenti che, un po’ ovunque negli Stati Uniti, ricordano – e fin qui poco male – e celebrano – e qui c’è un problema – l’epopea sudista, che è epopea schiavista: statue, steli, cippi, ve ne sono centinaia.

Il New York Times li ha ‘mappati’: molti sono, naturalmente, negli Stati confederati, ma ce ne sono pure anche negli Stati nordisti e fino a Helena nel Wyoming o a Seattle, nello Stato di Washington, che all’epoca della Guerra Civile non esistevano, e persino nella multi-etnica, liberal e tollerante California.

Il dibattito, alimentato da esponenti politici come Nancy Pelosi, leader dei democratici alla Camera, spinge a distruggere, o almeno a rimuovere dagli spazi pubblici – piazze o giardini o accessi a sedi istituzionali -, le statue, i monumenti e persino i pannelli storici che ricordano figure controverse della Guerra Civile, che resta il conflitto più sanguinoso mai combattuto dagli Stati Uniti, in termini di vittime americane.

I media raccontano della statua di un soldato confederato abbattuta dai manifestanti a Durham, North Carolina, e di una dozzina di monumenti o cippi rimossi o che stanno per esserlo. A Boston, un monumento è stato ‘inscatolato’, come si fece con le statue ai Musei Capitolini per non toccare la sensibilità del presidente dell’Iran in visita, Rohani.

Nelle loro città, gli americani hanno poche piazze e ancora meno statue. E sono tutte relativamente recenti: omaggi a personalità più che opere d’arte, prese di posizione ideologiche che il tempo può rendere scomode. Noi europei abbiamo, con le nostre statue e i nostri monumenti, un approccio più storico e artistico.

Nell’America di Obama, poliziotti bianchi uccidevano neri inermi, ma nessuno scaricava la rabbia su una statua ‘confederata’. Nell’America di Trump, i razzisti si sentono e sono più forti e, dunque, i loro riferimenti storico-culturali polarizzano l’attenzione: l’intolleranza razzista suscita intolleranza culturale.

I capoversi seguenti non sono stati inclusi nel pezzo pubblicato causa carenza di spazio:

Savannah, elegante cittadina della Georgia dai trascorsi coloniali, oggi circa 300 mila abitanti, sobborghi inclusi, è una delle mete turistiche più visitate degli Stati Uniti: fu la prima capitale georgiana ed il suo porto sull’estuario del fiume omonimo brulicava un tempo di mercanzie e schiavi. La sua grande attrazione è il centro storico, disegnato nel ‘700 da James Oglethorpe, fondatore della città: ci sono 22 piazze di stampo europeo, con un parco in mezzo, come se ne vedono ancora soprattutto a Londra e a Parigi.

Nelle città americane, dove le strade s’incontrano in genere ad angolo retto, le piazze sono rare; e ancora più rare sono le statue in mezzo alle piazze. Noi europei alle piazze e alle statue siamo avvezzi: quei monumenti, li conserviamo per il loro valore storico e artistico, quasi indipendentemente da quel che raffigurano. A nessuno verrebbe in mente oggi di erigere una statua al Gattamelata, capitano di ventura al servizio di chi lo pagava meglio, ma a nessuno verrebbe neppure in mente di abbattere, o rimuovere, la sua statua equestre in piazza del Santo a Padova, uno dei capolavori di Donatello.

… Monte Rushmore e Cavallo Pazzo …

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+