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Trump-Sisi-Egitto
April 3, 2017 - Washington, District Of Columbia, U.S - U.S. President DONALD J. TRUMP welcomes President ABDEL FATTAH AL SISI of Egypt, at the West Wing of the White House. (Credit Image: © Ken Cedeno via ZUMA Wire)

Prima, la documentata denuncia, sul quotidiano più autorevole, delle responsabilità del regime nell’uccisione di Giulio Regeni. Ora, il blocco di aiuti per 96 milioni e il congelamento di altri 195. L’Italia ha finalmente deciso di fare sul serio con l’ Egitto?, e l’ambasciatore rispedito al Cairo dovrà comunicare ad al-Sisi e alla sua cricca i provvedimenti adottati?

Ma no. Che cosa andate a pensare? L’Italia, tutti quei milioni da dare all’ Egitto non li ha proprio – anche se trattasi di dollari, non di euro -. Sono gli Stati Uniti di Donald Trump a punire il Cairo, causa carenza di progressi nel rispetto dei diritti umani e buoni rapporti con la Corea del Nord, grande nemica.

Anticipata dalla Reuters, rilanciata al Jazeera, dettagliata dal New York Times, la mossa di Trump suscita sorpresa: il magnate presidente aveva riservato un’accoglienza calorosa alla Casa Bianca, l’aprile scorso, al generale al-Sisi, senza neppure sollevare nei colloqui il tema dei diritti umani. L’autoritario leader egiziano, giunto al potere con un colpo di Stato, appartiene a quella genia d’uomini forti che a Trump tendenzialmente piace.

Proprio il New York Times, a Ferragosto, il giorno dopo l’inopinata decisione italiana di rispedire l’ambasciatore al Cairo, nonostante mandanti ed autori del delitto Regeni restino ignoti e liberi, a oltre 18 mesi dai fatti, pubblicò una documentata ricostruzione del sequestro, le torture, l’assassinio del giovane ricercatore italiano, asserendo che gli Usa avevano dato all’Italia precise informazioni sulle responsabilità egiziane.

La mossa dell’Amministrazione statunitense nei confronti dell ’Egitto prescinde, probabilmente, dalla vicenda Regeni e arriva in un momento in cui la politica estera americana è essenzialmente affidata alle sanzioni: alla Corea del Nord, perché provoca con i missili e la ‘bomba’; alla Cina, perché non è dura con Pyongyang; alla Russia, per storie vecchie (l’Ucraina) e nuove (le ingerenze in Usa 2016); all’Iran per i programmi missilistici; al Pakistan – solo una minaccia, per ora – per le collusioni con i talebani.

E siccome il Vangelo non regola le relazioni internazionali, chi riceve uno schiaffo ne dà uno. Così, l’ Egitto depreca le decisioni statunitensi, che avranno “effetti negativi sulle relazioni strategiche” tra i due Paesi: il Cairo non prova neppure a negare le accuse e lamenta la mancata comprensione, da parte americana, della necessità di sostenere la stabilità in Egitto, un fattore “vitale”.

Come ritorsione, il ministero degli Esteri egiziano fa balenare che salti l’incontro previsto di al-Sisi con Jared Kushner, genero di Trump e suo consigliere per il Medio Oriente, appena giunto al Cairo. Ma poi il colloquio si svolge regolarmente. Kushner guida una delegazione Usa in Medio Oriente per cercare di riavviare il processo di pace israelo-palestinese: con lui ci sono Jason Greenblatt, inviato presidenziale per i negoziati internazionali, e la vice-consigliera per la Sicurezza nazionale Dina Powell.

L’atteggiamento degli Usa verso l’ Egitto resta venato d’ambiguità: Washington desidera continuare a cooperare con il Cairo, considerato un alleato chiave e un cardine per la sicurezza della Regione; ma non vuole chiudere un occhio sull’entrata in vigore della nuova legge egiziana sulle Ong, che ne ostacola il lavoro e rafforza la repressione del dissenso. Secondo al Jazeera, gli americani pensavano che la legge non sarebbe stata applicata.

I fondi bloccati sono 66 milioni di aiuti militari per il 2017 e 30 milioni per la cooperazione per il 2016, che non andranno più all’Egitto. I restanti 195 milioni, che al 30 settembre sarebbero scaduti, resteranno invece nella disponibilità dell’ Egitto anche dopo tale data, ma gli saranno assegnati solo se la sua pagella sui diritti umani dovesse migliorare.

Sempre intento a litigare coi media, Trump, la cui presenza a Phoenix in Arizona è stata duramente contestata, ha deciso di rimuovere il comandante della Settima Flotta Usa, quella del Pacifico: l’ammiraglio Joseph P. Aucoin paga quattro collisioni in mare aperto in pochi mesi, con vittime e ingenti danni.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+