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Bannon - Hicks - altri

La presidenza Trump perde i pezzi, e pure le idee: i brandelli d’ideologia attaccati a Steve Bannon, l’uomo che ha dato una qualche coerenza di visione politica agli annunci e alle sortite del magnate permaloso e sbrigativo.

Bannon se ne va sbattendo la porta, anzi inchiodando un asse su una bara: “La presidenza Trump per cui abbiamo lottato, e vinto, è finita”, dice l’ex stratega della Casa Bianca al Weekly Standard. “Abbiamo ancora un enorme movimento e faremo qualcosa di questa presidenza Trump. Ma quella presidenza è finita. Sarà qualcos’altro”.

Il pensiero è icastico, per quanto non trasparente. Giornalista, politico, cineasta, estro e polivalenza, Bannon, 64 anni, è subito tornato alla guida del sito di destra Breitbart da lui creato e di cui era stato responsabile prima di guidare la campagna di Trump.

Il sito ha scandito la crescita del magnate nei sondaggi e nel favore popolare, fino alla Casa Bianca. Bannon ha ripreso il ruolo di presidente esecutivo e, venerdì sera, ha subito partecipato alla riunione di redazione di fine settimana, senza manco completare l’ultimo giorno lavorativo alla Casa Bianca.

Modi e tempi dell’uscita sono stati frettolosamente convenuti col nuovo capo dello staff John Kelly. “Siamo grati per il suo servizio e gli auguriamo il meglio”: un epitaffio sulla collaborazione che più anodino non poteva essere.

“Ora sono libero”, s’affranca Brennan. Che la libertà di parola se l’era già ripresa, dopo avere dato le dimissioni – dice lui -, o essere stato licenziato – dice Trump -: a The American Prospect, media ‘di sinistra’, aveva detto che “l’etno-nazionalismo è perdente … irrilevante … marginale … Credo che la stampa lo esalti troppo, mentre dobbiamo schiacciarlo”. E sulle violenze di Charlottesville, opera di KuKluxKlan e suprematisti bianchi, aggiungeva: “Quei ragazzi sono una massa di clown”. Le parole di Bannon, cui molti contestavano i legami con l’estrema destra, smentivano il presidente e le sue posizioni morbide verso razzisti e suprematisti.

Il direttore di Breitbart Alex Marlow sostiene: “Il movimento populista-nazionalista è diventato oggi molto più forte” – sottinteso: e la presidenza Trump molto più debole -. Uno dei capo del sito, Joel B. Pollak, twitta “#WAR”, tutto in maiuscolo, come fa il presidente nei suoi cinguettii.

Il problema – ma questo lo sa bene Bannon, che non è certo stupido – è che il movimento populista-nazionalista è tradizionalmente ininfluente sulle scelte politiche perché tendenzialmente non vota. Trump, e Bannon, sono riusciti a mobilitarlo per il magnate, facendo credere a milioni di poveracci che il loro uomo era un riccone eccentrico, neppure fattosi da sé, ma figlio di papà, iracondo e impulsivo, con una sottile vena razzista e maschilista – quest’ultima, neppure troppo sottile -.

Adesso, Kellyanne Conway, la ragazza (di 50 anni) con i piedi sul divano nello Studio Ovale – l’immagine fece scalpore, anche se non c’era nulla di inappropriato alla Monica Lewinski -, deve sentirsi terribilmente sola alla Casa Bianca: lei, politologa e sondaggista, portavoce della campagna, oggi consigliere del presidente, è quasi l’ultima e unica superstite della squadra della vittoria.

Gli uomini sono stati falcidiati. Con lei, sopravvivono altre due donne, che avevano ruoli minori e che hanno fatto carriera. Una è la portavoce Sarah Huckabee Sanders, in carica da un mese. Figlia d’un ex governatore dell’Arkansas, Mike, più volte candidato alla nomination repubblicana, Sarah, 35 anni, entrò nella squadra del candidato gestendo parte della comunicazione. L’altra è il capo della comunicazione Hope Charlotte Hicks, non ancora 29 anni – li compirà il 21 ottobre –, scelta per succedere ad Antonhy ‘meteora’ Scaramucci.

Le donne tengono, gli uomini cadono come pere mature. Una foto icona dei primi giorni di Trump alla Casa Bianca mostra il presidente torvo al telefono, dietro la sua scrivania nello Studio Ovale, mentre il vice Mike Pence, seduto di lato, lo guarda preoccupato – stile “Che cosa mi combina ora, questo?” – e il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, seduto di fronte, gesticola come per suggerire qualcosa. In piedi, a semicerchio dalla sinistra di Trump alla destra di Flynn, ci sono Reince Priebus, capo di gabinetto, Bannon, stratega, e Sean Spicer, portavoce. A parte Pence, sono saltati tutti: erano stati i primi nominati, sono stati i primi licenziati.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+