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– la vignetta è di Gianfranco Uber – L’ad nero pianta in asso il presidente Trump ed il suo Consiglio di super-manager, per protestare contro la posizione ambigua sul razzismo del presidente dopo i fatti di Charlottesville – un suprematista bianco ha investito un corteo di neri, uccidendone una e ferendone vari -. E il presidente, per tutta risposta, insinua che l’ad e la sua azienda sono dei ladri. All’apertura delle quotazioni di borsa, però, l’azienda, un colosso farmaceutico, la Merk Pharma, guadagna quasi un punto di botto: neppure Wall Street apprezza la posizione di Trump, che spacca l’America e acuisce i contrasti razziali incoraggiando i rigurgiti razzisti.

Kenneth Frazier, uno dei più importanti manager afro-americani Usa, dà le dimissioni dal Consiglio dei principali manager dell’industria manifatturiera d’America, insediato dal presidente, affermando: “I leader americani devono onorare i nostri valori fondamentali e respingere l’odio, l’intolleranza ed il suprematismo che vanno contro gli ideali americani per cui tutti gli uomini sono creati uguali”.

Piccato, Trump reagisce su Twitter a modo suo: “Ora che Ken Frazier s’è dimesso, avrà più tempo per abbassare i prezzi dei medicinali che sono un furto”, marcando in maiuscolo le ultime parole. Frazier non è il primo manager a mollare il Consiglio e il presidente: prima di lui, se n’erano già andati, in contrasto con la linea dell’Amministrazione, specie sul clima, Bob Iger, ceo della Disney, ed Elon Musk, visionario fondatore della Tesla, l’azienda d’auto elettriche.

I fatti di Charlettosville, sabato, ma soprattutto l’atteggiamento di Trump sul razzismo e le polemiche accendono la coda dell’estate americana. Manifestazioni spontanee si svolgono da New York a San Francisco. E a Seattle, che nel 1999 fu teatro degli esordi del movimento anti-globalizzazione, si scontrano manifestanti pro e contro Trump: la polizia interviene con spray al peperoncino, per tenerli separati, e ci sono fermi e contusi. La manifestazione pro-Trump era da tempo programmata, ma dopo Charlottesville gruppi anti-fascisti hanno indetto una loro marcia della ‘Solidarietà contro l’odio’.

Forse, la fiammata di rabbia contro il sussulto di razzismo e suprematismo, incoraggiato dal fatto che c’è un presidente come Trump, non sfocerà in un’estate violenta, come avvenuto nel 2015 e, soprattutto, nel 2016, quando poliziotti bianchi uccisero neri inermi e ci furono rappresaglie.

Quegli episodi, insolitamente frequenti, erano il segnale della frustrazione dell’America razzista perché c’era un presidente nero, Barack Obama. Ora, l’inquilino della Casa Bianca mette alla pari chi protesta contro le sue politiche e chi ha nostalgia del Ku Klux Klan e della segregazione. E, così, la fiammata rischia di diventare incendio.

Criticato in famiglia – la figlia Ivanka e la moglie Melania hanno più sensibilità di lui -, assediato dai conservatori moderati, Trump non fa passi indietro – dire “Ho sbagliato” è contro la sua natura -, ma cerca di tamponare le falle: incontra il ministro della Giustizia Jeff Sessions, pochi giorni fa sull’orlo del licenziamento, e il direttore dell’Fbi Chris Wray. Il Dipartimento della Giustizia, più realista del presidente, conduce un’inchiesta per “terrorismo interno”.

E, fra i collaboratori di Trump, c’è chi spinge perché il presidente si sbarazzi dei suoi consiglieri più vicini ai suprematisti bianchi, a cominciare da Steve Bannon, giornalistico, politico, cineasta, uno che non pace al nuovo capo dello staff, l’ex generale John Kelly.

Così, dopo l’incontro con Sessions e Wray, Trump, parlando con la stampa, definisce “criminali e banditi” i neo-nazisti, i suprematisti e il Ku Ku Klan e dice che “il razzismo è il male”. Le indagini vanno avanti: “Sarà fatta giustizia”, perché “non c’è spazio in America per l’odio e l’intolleranza … Siamo uguali davanti a dio, alla legge e alla Costituzione”.

I suprematisti, però, non abbassano la cresta. Anzi, uno degli organi della alt-right, il Daily Stormer, che aveva accolto come una assoluzione le mancate critiche al raduno razzista di Charlottesville, ’Unite the Right’, ha ieri pubblicato un ‘necrologio’ della vittima. Heather Heyer, 32 anni, travolta e uccisa da una Dodge guidata da James Fields, 20 anni, militante di American Vanguard: era “una grassona buona a niente e senza figli”, che “probabilmente aveva avuto un sacco di aborti”.

“Una donna di 32 anni senza figli è un peso per la società e non ha valore”, blatera lo Stormer, aggiungendo che “le donne senza figli sono il buco nero di un vortice di denaro e energia pubblica”. E Fields “ci ha fatto risparmiare un sacco di soldi: solo in cibo i costi per mantenere Heather in vita per altri 49 anni sarebbero stati astronomici”.

Il post è costato al sito la perdita del suo provider: Go Daddy ha dato allo Stormer 24 ore di tempo per trovarsi un altro provider, avendo violato – è il giudizio – le regole della comune decenza.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+